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lunedì 13 settembre 2021

la Lega Scoppia e Ripudia Salvini

la Lega Scoppia e Ripudia Salvini

la Lega Scoppia e Ripudia Salvini



Presidenti regionali, sindaci e i militanti più ortodossi preparano un'offensiva contro il loro leader Matteo Salvini per la sua tattica di stare insieme al governo e all'opposizione

Come va con la Lega di Matteo Salvini? È brutto, è molto brutto, e questa volta non è una semplice opinione ma solo mettere in riga i fatti che stanno imbarazzando gran parte del partito.

Presidenti regionali, sindaci e i militanti più ortodossi stanno preparando un'offensiva contro il loro leader Salvini per chiarire una volta per tutte i danni di questa tattica schizofrenica di stare insieme al governo e all'opposizione. Sono in tanti a cui non piacciono (per usare un eufemismo) gli ammiccamenti ai No Vax e anche l'aver votato per gli emendamenti di Fratelli d'Italia ha irritato le persone che contano molto in Lega. Oltre a tutto, Salvini è anche accusato di non aver ottenuto alcun risultato politico, riuscendo a farsi superare da tutti: troppo altalenante per essere considerato "responsabile" e troppo sottomesso con Draghi per essere considerato veramente "un avversario".

la Lega Scoppia e Ripudia Salvini

la Lega Scoppia e Ripudia Salvini

la Lega Scoppia e Ripudia Salvini



Ci sarà sicuramente una conferenza. La data sarà fissata subito dopo l'amministrazione (dove il centrodestra, nei sondaggi odierni, non sembra messo troppo bene in nessuna delle città che contano) e Salvini sarà chiamato a dare conto dell'enorme consenso che ha avuto per gli europei e che riuscì a disperdere in pochi mesi (a favore dell'avversaria interna Giorgia Meloni).

Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana (solo per citare i più importanti) non sostengono la deriva neofascista, complottista e piena di improbabili personaggi dell'ultima ora (come Claudio Borghi e Francesca Donato) che infuriano con il loro uscite a dir poco pittoresche. Gli amministratori della Lega temono che i loro sforzi vengano sprecati, in termini di credibilità, da chi cerca di infiammare i social in cambio di un po' di visibilità.

«Questo è un partito da due anni commissionato a tutti i livelli: dobbiamo tenere i congressi - dice Roberto Marcato, consigliere regionale veneto e "fedelissimo" di Zaia, che aveva già tuonato contro i fascisti al Carroccio - Lo rivendicano migliaia di militanti, è un fatto di democrazia»: la sentenza è molto più pesante e significativa di quanto sembri.

la Lega Scoppia e Ripudia Salvini



Poi c'è il grano Durigon: l'ex sottosegretario del Mef si era dimesso con la promessa di Salvini di diventare vicesegretario con la delegazione del Sud ma prima Giorgetti (e poi tanti altri) si è messo di mezzo e non ha lasciato nulla di fatto. Una persona molto vicina a Salvini dice letteralmente che "Durigon è impazzito" e circolano voci (ha scritto anche Il Fatto Quotidiano qualche giorno fa  ) che potrebbe esserci addirittura una trattativa da parte della Durigon per sbarcare a Fratelli d'Italia, proprio a alla corte di quella Giorgia Meloni che è sempre più convinta
 di essere il prossimo leader del centrodestra.

A questo si aggiunga che lo stesso Salvini qualche giorno fa è riuscito per l'ennesima volta a rimediare a una figura barbuta dicendo che "le varianti nascono come reazione al vaccino, è compito del vaccino" (e poi gli chiederesti perché è stato vaccinato, tra l'altro) quando l'OMS (ma praticamente tutto il mondo della scienza) dice chiaramente: "Più persone si vaccinano, più ci aspettiamo che la circolazione diminuisca, il che porterà a meno mutazioni".




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domenica 5 settembre 2021

Non Votateli Mai Lega e Fratelli d'Italia

Non Votateli Mai : Lega e Fratelli d'Italia

Col RdC non ci Sarà più il
Voto di Scambio ,
Ti regalo la spesa se Mi Voti .
 
Non ci sarà più lavoro Nero 
14 ore a 2 Euro Ora
Senza Contributi .
 Mentre questi Partiti 
lo Vogliono togliere .
Sarà Perchè 
Usavano Questi Metodi
i Loro Elettori ?

Non Votateli Mai

Lega e Fratelli d'Italia





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venerdì 9 aprile 2021

Non si dice Clandestino la Lega è stata Condannata

Non si dice Clandestino la Lega è stata Condannata


Matteo Salvini pur di non parlare di ristoratori e di riaperture torna a un grande classico: la propaganda sui migranti e in particolare oggi il Capitano decide di attaccare Michela Murgia che a Dimartedì ha criticato l’utilizzo del termine “clandestino”. Ma il leader della Lega dimentica che il Carroccio fu condannato per discriminazione dal Tribunale di Milano proprio per questo motivo: è discriminazione

Non si dice clandestino (La Lega è stata condannata per questo)
Cosa ha detto Michela Murgia? La scrittrice spiega: “Penso a cosa si è fatto con la questione migranti: se tu decidi che i migranti li chiami clandestini immediatamente la percezione di quella categoria diventa minacciosa. Il clandestino è uno che ti si infila di nascosto in casa, un migrante è uno che ha la necessità impellente di lasciare la sua terra ed è un disperato, 
bisogna stare molto attenti alle parole che si scelgono”.


Salvini però nel suo goffo tentativo di mettere alla gogna la scrittirce dimentica un episodio che forse invece gli va rinfrescato: nel 2017 la Lega fu condannata proprio per l’utilizzo del termine clandestino presente su alcuni manifesti affissi a Saronno contro 32 richiedenti asilo. Dopo la condanna in primo grado del 2016 era arrivata la conferma. Quella parola è discriminatoria come aveva ritenuto dal Tribunale civile di Milano al quale si erano rivolte le associazioni Asgi (Studi giuridici sull’Immigrazione) e Naga. Ecco cosa vi spiegavamo allora:

Condannata in primo grado, la Lega aveva fatto ricorso e ieri è arrivata una nuova condanna con l’obbligo a pagare i danni, le spese processuali e il pagamento della sentenza sul sito della Lega. “Come ritenuto dal giudice di primo grado, la definizione di “clandestini” nei cartelli affissi dalla Lega Nord a Saronno -ancor più in quanto collegata alla presentazione dei 32 richiedenti asilo come usurpatori, “per vitto alloggio” e non precisati “vizi”, di risorse economiche ai danni degli abitanti del Comune, i quali sarebbero costretti a subire, stante l'”invasione”, l’incremento delle tasse e la riduzione delle pensioni-integra gli estremi della “molestia” – si legge nel dispositivo firmato dal giudice Maria Cristina Canziani – poiché, anche prescindendo dallo “scopo”, ha indubbiamente l'”effetto” di violare la dignità dei predetti cittadini stranieri e di creare intorno a loro, nel contesto territoriale in cui sono inseriti, un clima ostile (in quanto volto a diffondere malevolenza ed a provocare esclusione dalla compagine sociale), umiliante ed offensivo, per motivi di razza, origine etnica e nazionalità”. (Repubblica Milano, 6 febbraio 2020)



Nella sentenza il magistrato scriveva che chiamare “clandestini” i profughi è reato di discriminazione e non può essere considerato “libera manifestazione del pensiero politico” perché viola i principi fondamentali della Costituzione. Insomma Murgia batte Salvini 1 a 0.

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Michela Murgia 

Ho lasciato volutamente passare 24 ore dal mio intervento dell'altra sera a DiMartedì, ore durante le quali ho visto le mie parole prese dai soliti mandanti politici, strumentalizzate appositamente perché fossero fraintese e poi rilanciate sui social media in mille meme, perché pare che il tiro alla Murgia sulle pagine di una certa parte politica faccia sempre furore. 
Da Floris ho espresso concetti che sono semplici se stanno dentro a un contesto, ma diventano banali o addirittura provocatori se il contesto non lo hanno più. Vale per tutti i ragionamenti.
Il primo concetto, sul quale mi è stata fatta una domanda precisa, riguarda il carattere simbolico della divisa: nominare un militare a fare il commissario dell'emergenza covid significa inserire la pandemia in una cornice semantica di "guerra". So che per molti è una cornice adatta, perché il virus ci è stato raccontato come "il nemico" e il modo di affrontarlo è stato descritto come "una trincea". Io non condivido questo impianto metaforico, perché sottintende che il genere umano stia dichiarando guerra a un elemento di natura, cioè al sistema interagente di cui noi stessi facciamo parte. 
Della retorica di guerra fa parte la convinzione che tutto finirà, che "vinceremo il virus" e potremo tornare alla vita "pacifica" di prima. La retorica di guerra è comoda: non cambia i nostri comportamenti e ci consente di pensare che l'esplosione della pandemia sia indipendente dai nostri stili di vita. Ci convince che siamo vittime innocenti, poveri ignari che siamo stati attaccati da una specie nemica. Quella della guerra è una narrazione falsa. Il virus non è un nemico a cui spezzeremo le reni, ma un organismo con cui dovremmo imparare a convivere ripensando i nostri comportamenti. Prima dismettiamo la retorica della trincea, prima acquisiamo quella del cambiamento.
Ma sono metafore, mi si dirà. E' "guerra" per modo di dire. Certo, ma a forza di ripetere metafore di guerra, non è strano se poi a "condurre la lotta" contro la pandemia viene nominato un generale. Siamo l'unico paese europeo ad aver messo un militare a gestire la campagna vaccinale. 
Non vuol dire che è in atto un golpe. 
Non vuol dire che il generale Figliuolo sia un incompetente. 
Non vuol dire che le divise siano pericolose.
Vuol dire che alla domanda "come ne usciamo?" 
le altre nazioni hanno trovato una narrazione politica, noi una militaresca. 
Vuol dire che la politica ci sta dicendo: ho fallito.
Io non ho paura delle divise. Ho paura di una politica che delega la gestione del proprio fallimento a chi indossa una divisa. Ho paura delle divise che fanno il mestiere che non è delle divise. Vedere un generale fare il lavoro di un politico dà la misura esatta della catastrofe istituzionale che stiamo vivendo. Per questo un generale a guida dell'emergenza non solo non mi rassicura, ma mi rivela che siamo sull'orlo del precipizio. 
L'Italia è un paese dove un tecnico fa il presidente del consiglio e un militare gestisce la logistica del vaccino. Se vi sembra normale, è perché abbiamo perso i parametri della normalità.
Quindi no, non ho la sindrome della sessantottina che ha paura del "poliziotto cattivo". Ho la sindrome della cittadina allibita dall'incompetenza dei suoi governanti.
Mentre il generale Figliuolo faceva il mestiere che dovrebbero fare i politici, alcuni politici hanno pensato fosse di loro maggiore urgenza occuparsi di me. Non politici a caso (che poi uno pensa che siano tutti nullafacenti) ma politici precisi: Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Carlo Calenda (se quest'ultimo vi meraglia, a me per niente). In ultimo ieri sera si è aggiunta anche la sottosegretaria alla difesa, la leghista Pucciarelli, che ha rilasciato una nota in cui afferma
 che avrei "offeso italiani e militari".
3 leader di partito e un viceministro, con 600 morti al giorno, scelgono di occuparsi delle mie osservazioni in una trasmissione televisiva. Con questa premessa, in effetti non è strano che serva un militare a gestire la pandemia. Chiunque farebbe le cose con maggiore senso di responsabilità di questa classe dirigente, che ha trasformato l'Italia in un paese così 
diviso che ormai si fida solo se vede una divisa.



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giovedì 1 aprile 2021

Elodie alla Lega: Indegni di essere nel Parlamento Italiano

legge Zan contro l'omofobia



Elodie alla Lega: Indegni di essere nel Parlamento Italiano


L'attacco della cantante per l'ostruzionismo alla legge Zan:

 "Questa gente non dovrebbe essere in Parlamento"

"Questa gente è omotransfobica". 

Duro attacco di Elodie su Instagram alla Lega per 

l'ostruzionismo alla legge Zan contro l'omofobia. "Indegni", scrive poi la cantante 

nelle stories, che riporta anche un estratto di un'intervista sull'aborto al senatore 

Simone Pillon, tra i parlamentari del Carroccio in prima linea contro la legge 

sull'omotransfobia.

Elodie alla Lega: Indegni di essere nel Parlamento Italiano



"Ognuno ha il diritto di essere chi vuole". Lo dice chiaramente la cantante Levante che, su Twitter, attacca duramente il senatore della Lega Simone Pillon e si schiera in difesa del ddl Zan. Dopo Elodie e Fedez, si allarga il fronte degli artisti che protesta per l'ostruzionismo del Carroccio, colpevole di non voler calendarizzare l'approdo della legge contro l'omofobia in Senato. Un provvedimento già approvato alla Camera il 4 novembre scorso, ma che il partito di Matteo Salvini non vuole che a Palazzo Madama venga discusso. E anche il cantante Mahmood chiede l'approvazione della legge. "È di fondamentale importanza, Ho sempre pensato che episodi di discriminazione basati sul sesso, sull'identità di genere e sull'orientamento sessuale debbano essere condannati". E aggiunge: "Mi è capitato più volte di assistere impotente a scene di questo tipo, soprattutto durante la mia adolescenza. A volte - confessa Mahmood - forse per paura o debolezza, mi sono trovato inerme davanti a situazioni che per me erano e sono una violenza. Violenza che uccide la libertà di ciascuno di essere se stesso. Ora - conclude il cantante - ho 28 anni e sento di avere, come tutti, la responsabilità di sostenere questo disegno di legge".

Da sempre schierata per i diritti della comunità Lgbt, Elodie aveva recentemente 

twittato contro la decisione del Vaticano di non impartire la benedizione alle coppie 

gay: "Per fortuna la gente continuerà ad amarsi pur non avendo la 'benedizione' 

del Vaticano", il 'cinguettio' della cantante sul tema.

 Mahmood: "Legge Zan fondamentale"
La cantante Levante: Omofobia, tra gli artisti cresce il fronte anti-Lega.
Dopo Elodie e Fedez, anche la cantante si schiera a difesa del ddl: "Ognuno ha il 
diritto di essere chi vuole e lo Stato deve tutelarlo"
Paladino dello schieramento anti-legge Zan è il senatore leghista Pillon, contro cui già ieri Fedez aveva puntato il dito. Oggi, invece, lo fa, su Twitter, Levante: "@SimoPillon, non è mai tardi per iniziare un percorso di terapia che la aiuti a comprendere l’importanza dell’altro, il diritto dell’altro a essere chi vuole (liberamente) e il dovere di uno Stato a tutelarne la libertà", scrive sul suo profilo social.


"Ho un figlio di 3 anni che gioca con le bambole. Questa cosa non desta alcun tipo 

di turbamento in me, e non desterebbe alcun tipo di turbamento in me nemmeno su 

un giorno dovesse avvertire l’esigenza di truccarsi, di mettersi il rossetto, di 

mettersi lo smalto o una gonna, perché mio figlio

 ha il diritto di esprimersi come meglio crede.

La cosa che mi destabilizzerebbe un po’ è sapere che vive in uno Stato che non 

tutela il suo sacrosanto diritto di esprimersi in piena libertà.

Cercando di arginare le dinamiche discriminatorie e violente che molto spesso si 

verificano in questo Paese. Questo per me è una priorità.”

Fedez


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venerdì 26 marzo 2021

Lega e Fdi Sono Contro gli Italiani

Lega e Fdi Sono Contro gli Italiani

 in Europa continuano a lavorare contro gli Italiani

Non hanno votato per l'istituzione di un Recovery Fund da 2000 Miliardi di euro, finanziato con risorse comunitarie, per sostenere il rilancio e la ripartenza economica dell’Italia e dell’Unione intera.

Per nascondere questa scelta folle e incomprensibile, assunta solo per compiacere i propri alleati sovranisti, Meloni prova a giocare in mala fede.

La risoluzione votata dal Parlamento europeo chiede che il Recovery Fund sia finanziato con l'emissione di Eurobond garantiti dal bilancio UE. Per questo, si ribadisce l'esigenza di rafforzare e ampliare il bilancio europeo, senza gravare però sui contributi degli Stati, già provati dalla crisi.

Qual è l'unico modo per farlo? Semplice: introdurre nuove risorse proprie europee, ossia nuovi e autonomi strumenti di finanziamento dell’Unione. Tra questi, una Web Tax, un'imposta sulle transazioni finanziarie, un contributo per la plastica e un meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera. Misure da noi pienamente condivise.

Sarebbero queste le "tasse" cui si riferisce la Meloni? Basta bugie! In realtà è l'esatto contrario. Il Parlamento europeo ha proposto misure fiscali comunitarie proprio per evitare di istituire nuove tasse che gravino sulle risorse nazionali.

La verità è che il PD ha votato per non aumentare le tasse a famiglie e imprese italiane. Lega e Fdi no!

Come al solito. I sovranisti o non capiscono cosa votano, o sono distratti o sono in mala fede. L'unica certezza è che da loro gli interessi degli italiani vengono messi sempre all'ultimo posto."



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martedì 23 marzo 2021

Sono della Lega le Regioni Più Incompetenti

Sono della Lega le Regioni Più Incompetenti


Tutte le regioni a trazione leghista quelle sotto la media nazionale delle 

somministrazioni di dosi. Draghi vuole una rapida accelerazione.

eri la Gran Bretagna ha sfondato una media di 750mila vaccini al giorno, un balzo 

rispetto alla settimana prima di oltre 240mila fiale al giorno. L’Italia arranca a meno 

di un terzo delle somministrazioni, la macchina annaspa, sia pure con situazioni 

diverse tra Regione e Regione, tra virtuosi e ritardatari, e gli approvvigionamenti 

sono una rincorsa con la quale si arriva sempre con il fiato corto.

Sono queste le criticità che hanno spinto Mario Draghi a convocare in mattinata i 

vertici di quella architettura che nelle sue intenzioni dovrebbero dare una spinta 

decisiva alla macchina italiana. Due ore di incontro con il commissario 

straordinario all’emergenza, generale Paolo Figliuolo, e con il capo della 

Protezione civile, Fabrizio Curcio. “I dati del Regno Unito, solo 17 decessi oggi, ci 

testimoniano che il vaccino è la soluzione, e che bisogna darsi una mossa”, 

spiega chi sta lavorando al dossier.

Quota 500mila somministrazioni, là dove Figliuolo ha fissato l’asticella, sembra 

ancora lontanissima. “Entro fine mese finiremo le scorte”, dice Attilio Fontana nel 

tentativo di mettere una toppa al caos che ha investito la macchina delle 

prenotazioni in Lombardia. Il ritardo della consegna è un dato di fatto, e Draghi si è 

voluto sincerare del quadro della situazione. Entro domani, ha assicurato il 

commissario straordinario, verranno consegnate circa un milione di dosi della 

Pfizer, pronte a essere smistate in oltre 200 strutture sanitarie. Preoccupa la 

consegna nel medio periodo, ma intanto il governo vuole assicurarsi che tutti i 

luoghi di somministrazione non si debbano trovare nella situazione di mandare a 

casa chi è prenotato e in coda.

Difficile che il problema si ponga senza una robusta accelerata nelle 

somministrazioni. Sul tavolo del premier sono stati squadernati i dati delle singole 

Regioni. In alcune le cose procedono speditamente, altre arrancano. Per questo 

Draghi ha voluto fare il punto anche con la ministra degli Affari regionali, 

Mariastella Gelmini per capire quali possano essere le soluzioni attraverso le quali 

il governo possa aiutare le operazioni là dove si sono inceppate. 

Un giro di ricognizione generale, al quale faranno seguito alcune ipotesi di lavoro 

e una decisione finale nei prossimi giorni. Di certo in ballo c’è un ulteriore 

rafforzamento del ruolo dell’esercito sia nella logistica sia nella somministrazione, 

e task force mirate messe in campo dalla Protezione civile per rinforzare i territori 

in difficoltà.

A prendere i dati del governo aggiornati alle 15.31 di lunedì, le dosi rimaste in 

freezer sono quasi 1 su 5. La media nazionale delle somministrazioni è ferma 

all’82,4% rispetto al totale di quelle consegnate. Matteo Salvini plaude alla 

decisione di Fontana, che ha chiesto l’azzeramento dei vertici dell’azienda 

sanitaria regionale dopo il tilt delle prenotazioni andato in scena nell’ultimo fine 

settimana. “La percentuale di chi ha ricevuto una dose degli over 80 che hanno 

aderito, circa 600mila, supera di gran lunga il 50 per cento, in linea con ciò che 

accade nel resto del Paese”, si è difeso il presidente lombardo, sottolineando 

come lo scorso sabato “in tutta Italia sabato sono state inoculate 120mila dosi, di 

cui 30mila nella sola Lombardia”.

Il dato di fatto è che le Regioni che si collocano sotto la media nazionale sono 

tutte amministrate dalla Lega o da governatori vicini al Carroccio. Fanalino di coda 

la Sardegna dell’indipendentista Michele Solinas, eletto grazie all’accordo con le 

camicie verdi, solo il 70,5% di dosi somministrate. Non va molto meglio nella 

Liguria di Giovanni Toti, ex forzista e considerato “amico” dal quartier generale di 

via Bellerio. Le altre 5 in ritardo sono tutte amministrate da leghisti: la Calabria di 

Nino Spirlì (71,5%), la Lombardia (78,3%), il Veneto di Luca Zaia (80,1%), 

l’Umbria di Donatella Tesei (81,6%) e il Friuli Venezia Giulia di Massimiliano 

Fedriga, che più si avvicina al dato complessivo pur rimanendo sotto (82%).

I collaboratori di Draghi assicurano che il problema non viene e non verrà trattato 

politicamente, perché l’obiettivo è comune e la salute delle persone non deve 

prestarsi a speculazioni. Ma il dato non passa inosservato nel governo: “Un 

problema c’è ed è evidente”, spiega un esponente dell’esecutivo. Che continua: 

“Vista la situazione di polemiche è inutile farne, ma non ci si può nascondere 

dietro un dito”. Un tramestio che sfiora appena l’ufficio di Draghi, per il quale il 

problema da risolvere rimane sempre e solo uno: arrivare nel più breve tempo 

possibile a mezzo milione di vaccini al giorno.




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giovedì 18 marzo 2021

Nasce la Coalizione per il Ponte sullo Stretto di Messina

Nasce la Coalizione per il Ponte sullo Stretto di Messina

Nasce la Coalizione per il Ponte sullo Stretto di Messina

Nasce la Coalizione per il Ponte sullo Stretto di Messina



Renziani si alleano a Lega e Berlusconi. 

M5s: “È il gruppo del cemento”

Italia viva insieme a Carroccio e Forza Italia in Parlamento per spingere la grande opera: "Un’alleanza finalizzata allo sviluppo infrastrutturale italiano partendo dal Meridione". La condanna dei 5 stelle: "Amarcord anni '80 e un segnale importante per il quadro politico italiano, poiché sancisce finalmente l’ingresso di Renzi nell’alleanza-calderone del centrodestra"


Dopo aver messo il Ponte sullo Stretto tra i motivi imprescindibili per cui far cadere il governo Conte 2, richiesta archiviata rapidamente davanti a Mario Draghi, Matteo Renzi e Italia viva hanno trovato in Parlamento gli alleati per portare avanti la loro proposta: Lega e Forza Italia. E’ nato infatti in queste ore l’intergruppo parlamentare dal nome “Ponte sullo Stretto. Rilancio e sviluppo italiano che parte dal Sud”. Contro l’iniziativa degli alleati di governo, sono intervenuti i senatori M5s in commissione Lavori pubblici: “Un’insistenza miope”, scrivono, “che sa davvero di amarcord anni ’80“. Continuano, “la baldanza dei tre partiti oggi è sfociata addirittura in un intergruppo parlamentare del cemento dedicato ad hoc a questo progetto”. E “di certo”, concludono, “è un segnale importante per il quadro politico italiano, poiché sancisce finalmente l’ingresso di Matteo Renzi nell’alleanza-calderone del centrodestra. Un habitat naturale sicuramente più congruo al suo partito”.

Nasce la Coalizione per il Ponte sullo Stretto di Messina




E dunque, oggi Italia Viva, Forza Italia e Lega lanciano
 l’intergruppo per riproporre il Ponte sullo Stretto.
Troppa transizione #ecologica, troppo #ambientalismo…
 #cèChiDiceNo#sinistraitaliana



Tra i promotori dell’iniziativa parlamentare ci sono appunto esponenti di Carroccio e Forza Italia, ma anche i parlamentari renziani. “Un’alleanza finalizzata allo sviluppo infrastrutturale italiano partendo dal Meridione che, capovolgendo il paradigma, è inteso come espressione di potenzialità socio-economiche”, si legge nella nota di presentazione. “Coinvolgendo diversi protagonisti della scena politica, caratterizzati da percorsi differenti ma animati da un’ambizione condivisa“. Questi i primi firmatari della proposta, per Italia Viva: Vono, Faraone, Magorno, Scoma, Sudano, Ungaro; per Forza Italia: Barboni, Barachini, Bartolozzi, Berardi, Caligiuri, Cannizzaro, Cesaro, D’Attis, Gallone, Giammanco, Mallegni, Mazzetti, Occhiuto, Papatheu, Paroli, Perosino, Prestigiacomo, Rizzotti, Russo, Schifani, Siclari, Siracusano, Sozzani; infine per la Lega: Furgiuele, Pagano, Pepe, Rixi, Rufa. “Nello spirito unitario che contraddistingue il governo Draghi“, scrivono i parlamentari, “come Italia Viva, Forza Italia e Lega abbiamo deciso di condividere questa attività per dare un sostegno concreto alla ripresa dell’economia in un periodo in cui le idee devono riacquistare valore al di là di ideologie per il buon governo dell’Italia”.



Contro Iv-Lega-Fi, si sono schierati i 5 stelle: “Il progetto pochi giorni fa è stato bollato nelle linee programmatiche come “fuori contesto” da Enrico Giovannini“, scrivono in una nota. “Il quale, lo ricordiamo, è il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo di cui Lega, FI e IV fanno parte”. Il riferimento è all’intervento in audizione sul Recovery plan in questi giorni: il ministro ha rimandato qualsiasi valutazione a dopo che la commissione tecnica sul ponte sullo Stretto avrà diffuso il suo rapporto. E, il 9 marzo scorso a SkyTg24, sempre Giovannini ha precisato: “È certamente un tema a cui il dibattito pubblico tiene molto e proprio per questo bisogna essere molto precisi e rigorosi. Rispetto a 10 anni fa sono state prese in considerazione anche ipotesi alternative, perché la tecnologia nel frattempo è evoluta, ma per questo bisogna fare un ulteriore set di analisi”. Oggi i 5 stelle, dopo la notizia della nascita dell’intergruppo, hanno rilanciato: “Evidentemente per questi parlamentari l’opera, ritenuta fuori dalla storia addirittura qualche decennio fa, è la panacea di tutti i mali per i ritardi infrastrutturali del Sud. Poco importa se i collegamenti per Reggio Calabria siano ancora complicatissimi, e peggio ancora che merci e persone per raggiungere Messina debbano affrontare un autentico calvario da ogni punto della Sicilia. Ragionare in termini organici di un grande piano infrastrutturale per il Meridione, per questi partiti, è una perdita di tempo: basta costruire il ponte e il gioco è fatto. Come M5s riteniamo che per rilanciare il Sud Italia ci sia bisogno di pensare a progetti seri, fattibili e interconnessi. Una cattedrale nel deserto non risolve nulla“.

Proprio di “cattedrale nel deserto” oggi ha parlato la ministra per il Sud Mara Carfagna: rispondendo a una domanda sul Ponte sullo stretto, è stata molto più fredda dei suoi compagni di partito di Forza Italia. “Siamo consapevoli del fatto che c’è bisogno di occuparsi del potenziamento dell’alta velocità della Salerno Reggio Calabria, altrimenti il collegamento stabile rischia di apparire come una cattedrale nel deserto”, ha dichiarato in audizione nelle commissioni Bilancio e Politiche Ue di Camera e Senato. E, ha concluso, sull’effettiva possibilità di realizzare l’opera “mi riservo di esprimere la linea del governo quando effettivamente questo dossier avrà ricevuto gli approfondimenti necessari”.




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venerdì 26 febbraio 2021

Cita Topolino il Sottosegretario della Lega

Cita Topolino il Sottosegretario della Lega


“Chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto”: 
cita Dante e invece è Topolino. La gaffe del nuovo sottosegretario della Lega

Rossano Sasso, che si è lanciato in questa citazione del Sommo Poeta sul suo profilo Facebook, ma si tratta di un Dante apparso in un fumetto di Topolino del 1950,
 'L'Inferno di Topolino', parodia appunto dell'opera dantesca


 Peccato che quel Dante non sia il Sommo Poeta che scrisse la Divina Commedia, come invece credeva il nuovo sottosegretario leghista all’Istruzione, Rossano Sasso, che si è lanciato in questa citazione dell’Alighieri sul suo profilo Facebook, ma di un Dante apparso in un fumetto di Topolino del 1950, 
L’Inferno di Topolino, parodia appunto dell’opera dantesca.

La gaffe del nuovo sottosegretario ha ovviamente provocato l’ilarità del web, ma non si tratta della sua prima uscita che fa discutere, e nemmeno della più grave. Già nel 2018, il deputato pugliese organizzò un flash mob tra i lidi di Castellaneta Marina, in provincia di Taranto, dopo l’arresto di un migrante marocchino di 31 anni accusato di aver violentato una 17enne. Sasso mise insieme un po’ di leghisti del Sud e, bandiere salviniane in mano, definì l’uomo un “bastardo irregolare sul nostro territorio”. Cinque mesi dopo il tribunale di Taranto fece luce sulla vicenda: 
Mohamed Chajar non aveva commesso alcuna violenza.



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lunedì 22 febbraio 2021

il Negazionista della Lega Ritorna ad Urlare Contro

 
il Negazionista della Lega Ritorna ad Urlare Contro

Salvini pensa di avere pieni poteri ed imporre la ricetta Bolsonaro: "Licenziare Arcuri e riaperture"
Il capo della Lega dimentica subito le promesse di avere un profilo istituzionale nel governo Draghi e spinge per la linea negazionista mentre il sistema sanitario rischia di essere messo in crisi dalle varianti

Pensa di avere pieni poteri e, ovviamente, i buoni propositi di mettere da parte i torni di propaganda per favorire l’azione di governo sono stati disattesi dopo pochi giorni, come era lecito aspettarsi.
"Mi aspetto un piano vaccinale serio e rapido, con il licenziamento di Arcuri che ha fallito, e un progressivo ritorno alla vita, con la riapertura nelle prossime settimane di tante attività (ristoranti la sera e palestre, teatri e attività sportive)".
 Lo ha dichiarato il segretario della Lega Matteo Salvini, rispondendo su che cosa si attenda il Carroccio dal Consiglio dei ministri di domani mattina, chiamato a varare le nuove misure anti-Covid.
"Basta con gli annunci che seminano paura, rimettiamo al centro salute e lavoro, libertà e vita", ha dichiarato ancora Salvini.
Ovviamente il Bolsonaro al governo non tiene minimamente in considerazione che c’è un grosso problema con la diffusione delle varianti che rischia di mandare in tilt il sistema sanitario.

LEGGI ANCHE

Presidente della Regione Lombardia della Lega
 convoca 150 ultra ottantenni per le vaccinazioni, tutti alla stessa ora,
 le 8.00 del mattino, creando un assembramento ALLUCINANTE ... https://cipiri00.blogspot.com/2021/02/modello-lombardo-far-morire-tutti-gli.html




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lunedì 15 febbraio 2021

Modello Lombardo di Sanità Truccata da Lega

Modello Lombardo di Sanità Truccata da Lega

Appalti truccati nella sanità lombarda, 
a processo l’assessore regionale Garavaglia

L’assessore regionale lombardo all’Economia, Massimo Garavaglia, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di turbativa d’asta. Il politico leghista era indagato assieme all’ex vicepresidente della Regione Mario Mantovani: è accusato di aver fatto pressioni per pilotare un bando da 11 milioni di euro per il servizio di pazienti dializzati.



L'assessore regionale lombardo all'Economia, Massimo Garavaglia, andrà a processo con l'accusa di turbativa d'asta. Lo ha deciso il giudice per l'udienza preliminare Gennaro Mastrangelo rinviando a giudizio il politico leghista assieme ad altre 12 persone. Garavaglia era stato indagato dal pubblico ministero Giovanni Polizzi nell'ambito dell'inchiesta su presunti appalti pilotati nella sanità lombarda che aveva portato lo scorso ottobre all'arresto dell'ex vicepresidente della Regione Lombardia ed ex assessore alla Sanità Mario Mantovani, adesso imputato in un processo parallelo.




Modello Lombardo di Sanità Truccata da Lega



Secondo gli inquirenti proprio Garavaglia e Mantovani avrebbero fatto pressioni indebite sul responsabile della Asl Milano 1, il direttore generale Giorgio Scivoletto (anche lui rinviato a giudizio), per far annullare una gara da 11 milioni di euro per il trasporto di pazienti dializzati, pilotandone poi l'assegnazione a un'associazione gradita all'ex vicepresidente Mantovani. Anche il presidente della onlus Croce Azzurra Ticinia, Giovanni Tomasini, è stato rinviato a giudizio, così come l'assistente di Mario Mantovani, Giacomo Di Capua.

Dal procedimento che si aprirà è invece uscito Angelo Bianchi, funzionario del Provveditorato alle opere pubbliche che era stato arrestato insieme all'ex vicepresidente della Regione. Bianchi ha infatti patteggiato una pena di tre anni con il gup. La sua vicenda è un'altra delle accuse mosse a Mantovani: l'ex assessore alla Sanità avrebbe fatto pressioni per tenerlo al Provveditorato nonostante, secondo l'accusa e secondo quanto confermato da Bianchi, 
fosse a conoscenza di suoi precedenti guai giudiziari.



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sabato 13 febbraio 2021

Truffa alla Regione Lombardia la Moglie di Giorgetti

Se Non è il Politico della Lega è Sua Moglie che Ruba


Se Non è il Politico della Lega è Sua Moglie che Ruba
Laura Ferrari, consorte del parlamentare leghista, ha patteggiato una condanna a 2 mesi e 10 giorni
MILANO - Laura Ferrari Giorgetti, moglie del parlamentare leghista Giancarlo Giorgetti, ha patteggiato davanti al Gup del tribunale di Busto Arsizio, Chiara Venturi, due mesi e 10 giorni di reclusione per truffa a enti pubblici. La pena detentiva è stata convertita in pecuniaria: la signora dovrà pagare 3.240 euro di multa. A cui si aggiungono i 25 mila euro che ha già versato a titolo di risarcimento danno alla Regione Lombardia.

LA STORIA - Laura Ferrari Giorgetti era titolare di corsi di equitazione in una onlus, società che per ottenere 400 mila euro di finanziamenti dal Pirellone, aveva «gonfiato» il numero degli allievi che frequentavano i corsi di formazione. Oltre alla signora, hanno patteggiato davanti al Gup anche Giuseppe Landucci (presidente dell'ente di formazione Forma Moda che fece i corsi) 1 anno 4 mesi, e il suo braccio destro Maurizio Turoli 10 mesi. Altri due coimputati, Massimo Leo e Rita Leo, saranno giudicati in seguito, a causa di un problema di mancata notifica. L'accusa, sostenuta dal pm Giovanni Polizzi, era di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Secondo la procura, in due corsi per diventare istruttori di ippica per disabili, finanziati dalla Ue tramite la Regione, erano state falsificate le firme di alcuni partecipanti, 
per raggiungere un numero sufficiente ad ottenere i fondi.



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venerdì 20 novembre 2020

Ruberie della Lega nella Sanità Lombarda

Ruberie della Lega nella Sanità Lombarda


Chiusa l’inchiesta sugli scandali negli ospedali della regione. 
Ecco le ammissioni dei fedelissimi che imbarazzano Maroni, 
non indagato ma sotto assedio, che mettono
 in luce un vero e proprio sistema criminale

Lega corrotta, sanità infetta. La Procura di Monza ha chiuso in appena quattro mesi l’inchiesta sulle ruberie padane negli ospedali della Lombardia. Mentre Roberto Maroni rimane aggrappato alla poltrona di governatore di una regione che non è mai stata così rossa, con dodici città su dodici passate dal centrodestra al centrosinistra, compresa la natia Varese dove la Lega fu fondata, i suoi fedelissimi abbandonano la politica e si arrendono alla giustizia.

Tra gli arrestati nella retata per corruzione del 16 febbraio scorso, ora l’unico slogan è limitare i danni: tutti i principali imputati hanno chiesto il patteggiamento. A cominciare dal medico-politico varesotto Fabio Rizzi, che prima di entrare in carcere era il braccio destro di Maroni: il regista di una riforma della sanità che lo stesso governatore ha dovuto controriformare di corsa, dopo l’ennesimo scandalo. Che questa volta non si può liquidare con la storiella delle presunte mele marce in un mercato sano: le nuove accuse dei pm brianzoli e le ammissioni degli stessi indagati (finora inedite) fotografano il fallimento del cosiddetto modello di sanità lombarda. Al di là dei reati specifici, di per sé gravi, l’esito dell’inchiesta dimostra che la decantata alleanza pubblico-privato, inventata dai big ciellini nell’era Formigoni e riciclata dalla Lega, è una favola che illude i malati, imbavaglia i medici, impoverisce la sanità di tutti e arricchisce le aziende di pochi.

Sono le sei di pomeriggio del 4 marzo 2016 quando Fabio Rizzi, 50 anni, ex anestesista, già senatore e poi consigliere regionale della Lega, firma la capitolazione dopo una giornata d’interrogatorio: «La fattura che mi mostrate è quella pagata dall’imprenditrice Canegrati per supportare la mia campagna elettorale... perché mi ha individuato come un paladino dell’odontoiatria». Maria Paola Canegrati è la grande corruttrice: una manager di ferro che in pochi anni è diventata la regina lombarda dell’odontoiatria. Con quella tangente di 20 mila euro è lei che ha pagato sottobanco «i gadget elettorali del 2013 con il logo della Lega Nord». Quindi il pm Manuela Massenz chiede al politico se veniva dalla stessa imprenditrice anche il pacco di banconote sequestratogli dai carabinieri quando lo hanno arrestato. Rizzi risponde così: «Il capo del mio staff, Mario Longo, mi ha dato 20 mila euro in contanti, diecimila alla volta: sono i soldi che avete trovato in cassaforte, tranne cinquemila euro che ho speso. Ma io non gli ho chiesto da dove provenissero... Ero totalmente inconsapevole che la Canegrati versasse soldi a Longo, in parte oggettivamente arrivati a me».

Questa tesi del politico comprato a sua insaputa non convince nessun giudice di Monza, anche per un problema ben documentato: Rizzi e Longo risultano addirittura soci occulti dell’imprenditrice Canegrati, in due aziende sanitarie chiamate Spectre e Sytcenter, con quote intestate alle loro conviventi. E così, oltre agli utili, dal 2013 al 2015 hanno intascato pure consulenze di comodo, sempre dietro lo schermo delle compagne: «almeno 63 mila euro» per Rizzi, altri 147 mila per Longo. Visti gli atti, l’ex capo della commissione sanità non nega di aver preso anche quei soldi. Però sostiene che, in cambio, non avrebbe usato il suo potere pubblico per favorire la manager che lo pagava: «Fu Longo a propormi di entrare in società con la Canegrati... Ma erano progetti privati. Da portare avanti solo nelle cliniche italiane o all’estero». Insomma, soldi sì, ma senza vere corruzioni né conflitti d’interessi. Il problema è che il leghista arrestato non conosce le ammissioni degli altri, 
anch’esse parziali, ma diverse.

Il primo a metterlo in crisi è proprio il suo segretario politico Mario Longo, 51 anni, ex odontoiatra, già socio di Rizzi nella Lorimed (altra impresa privata, che ha nel nome le iniziali dei due leghisti). L’otto marzo l’uomo che si autodefinisce «il factotum di Rizzi» mette a verbale un bel pasticcio di conflitti tra ruoli pubblici, aziende private e conviventi-prestanome. «Io e la Canegrati eravamo già soci nella Sytcenter», dichiara Longo: «Nel 2013 o 2014 l’ho incontrata all’ospedale pubblico Icp, dove io lavoravo per la Lega e lei aveva già cinque centri odontoiatrici. In quel momento avevo gravi difficoltà economiche. Quindi convenimmo che la mia convivente collaborasse con la Canegrati... Pur essendo socio di fatto, ho ritenuto inopportuno figurare in quelle società commerciali, visto il mio ruolo politico in Regione». Longo aggiunge che «probabilmente» anche Rizzi ha intestato la sua quota alla convivente «perché riteneva inopportuno politicamente figurare nella società».

I verbali dei leghisti mostrano che i proclami per la chiusura delle frontiere valgono per gli esseri umani, ma non per i soldi: Rizzi ammette di avere una società-cassaforte in Lussemburgo, mentre Longo giustifica con «consulenze per progetti in Cina» altri 50 mila euro, sborsati dalla solita Canegrati grazie a due fatture false emesse da un loro complice, Stefano Lorusso, arrestato a Miami.

A demolire l’alibi cinese è però la stessa Canegrati, il 21 aprile: «Ho sempre detto a Longo che il suo progetto in Cina non mi interessava... Lui mi mandò una lettera di Rizzi che lo incaricava di essere portavoce della Regione Lombardia per la sanità all’estero... Gli dissi chiaramente che consideravo quei viaggi una perdita di tempo». Il vero motivo dei pagamenti, per l’imprenditrice, è ovvio: «Ho finanziato la campagna elettorale di Rizzi, su richiesta di Longo, perché uno dei punti del suo programma era promuovere l’odontoiatria». Semplice impiegata fino a dieci anni fa, Canegrati ha creato dal nulla, con vari appoggi politici, prima nel Pdl e poi nel Carroccio, il primo gruppo odontoiatrico lombardo: una dozzina di società che ha in parte venduto nel 2015 per 13,5 milioni, premurandosi di girare altri 50 mila euro ai due leghisti «grazie ai cui favori aveva potuto incrementato il valore delle sue aziende».

Tutti questi incroci pericolosi di tante mezze confessioni hanno convinto perfino l’avvocato berlusconiano Michele Saponara, difensore di Rizzi, a trattare la resa. E alla fine Maria Paola Canegrati ha chiesto di patteggiare una condanna a quattro anni e due mesi, con risarcimento immediato di 300 mila euro; Rizzi, dopo essersi dimesso, ha concordato due anni e mezzo rimborsando 71.500 euro; Longo ne restituirà altri 182 mila per farsi infliggere due anni e otto mesi. E il conto finale dei danni lo farà la Corte dei conti, che ha già chiesto agli indagati altri quattro milioni.

Maroni non è coinvolto nell’inchiesta, ma è politicamente assediato dalle rivelazioni sull’«associazione per delinquere» creata dai suoi luogotenenti con decine di corruzioni, appalti truccati, soldi e regali ai direttori leghisti degli ospedali, poltrone d’oro per amici e parenti.

Per fermare lo scandalo, il governatore ha creato un’autorità lombarda anti-corruzione. Ma qui non si tratta di tangenti isolate: l’inchiesta investe il cuore del sistema che caratterizza la Lombardia. Da vent’anni i politici di Cl, Forza Italia e Lega raccontano ai cittadini che “il modello pubblico-privato” rende tutti felici: i pazienti trovano le cliniche private dentro gli ospedali, a prezzi controllati; le aziende si arricchiscono con questi “service”; e le strutture pubbliche partecipano agli utili.

Ora l’inchiesta di Monza ha messo a nudo il trucco: la spesa pubblica ha un limite. L’imprenditrice Canegrati non può curare i denti a troppi poveri, altrimenti fallisce; quindi deve tagliare le cure, gonfiare le liste d’attesa pubbliche e dirottare i pazienti nel privato a pagamento, 
come dimostrano le intercettazioni.

Ma il peggio è che con questo sistema l’ospedale diventa complice perfino delle truffe: se il pubblico è un socio che si divide gli utili, non ha nessun interesse a controllare il privato. Come prova la nuova accusa sui rimborsi gonfiati: i medici eseguono un impianto chirurgico, ma Canegrati se ne fa rimborsare due, in centinaia di casi. E quando arriva un controllo, i funzionari pubblici non solo preavvisano, ma aiutano i privati a falsificare le carte.

Un reato che la manager confessa così: «Confermo che quei tre funzionari ci hanno aiutato a sistemare le cartelle per il controllo: ovviamente l’interesse a far vedere tutto a posto era sia nostro sia dell’ospedale pubblico».




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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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Sanità della Lega solo per Ricchi


Sanità della Lega solo per Ricchi


Visite a domicilio del San Raffaele a 450 euro al tempo di Fontana.

La chiamata diagnosi online (forse con veggente al seguito?) € 90, poi c’è il kit completo su richiesta – altro che necessità – chiamato “diagnostica domiciliare” che comprende prelievo del sangue, radiografia toracica, misurazione della saturazione e addirittura referto finale a 450 euro a testa. Avercelo. E magari pieno.

E’ il listino prezzi del San Raffaele in tempo di Covid-19 e della magnifica sanità lombarda in tempi leghisti del munifico governatore Fontana con Gallera al seguito.
Parrebbe una barzelletta, e forse lo è, la cui battuta finale è “Chi non ha i soldi crepi”.

Più o meno dello stesso tenore la dichiarazione di Vittorio Agnoletto dalla sua pagina Facebook dove scrive: “Chi non può pagare può crepare, questa è la filosofia che domina nella nostra regione. Le Usca non funzionano? Nessun problema, ci pensano i privati”. Agnoletto è medico e responsabile dell’Osservatorio Coronavirus, oltre ad essere docente di Globalizzazione
 e politiche della salute alla Statale di Milano.

Eccolo finalmente sotto gli occhi di tutti, chiarissimo, il capolavoro leghista della Lombardia, la totale o quasi, privatizzazione della Sanità ormai totalmente a carico dei cittadini che se non hanno i soldi per curarsi, possono anche rischiare di schiattare. L’emergenza Coronavirus? In fondo chi se ne frega. Mentre la giunta regionale lombarda dei magnifici Fontana e Gallera sembra non essere in grado di uscire dalle sabbie mobili dei ritardi, delle castronerie, degli ordini mai evasi perché mai inoltrati, dei camici ai cognati ma anche no, dei commercialisti agli arresti, dei telefonini cellulari sequestrati, delle apparizioni televisive, dei rimpasti affinché tutto rimanga com’è, dei Caianiello che non si muove una foglia che il Mullah non voglia… Insomma: sommersi da tutto questo liquame come volete che trovino il tempo di governare e di trovare una soluzione all’assistenza sanitaria
 anche per chi non può permettersi il privato?

Il portavoce di Rete Italiana Antifascista, Luca Venneri, contattato dalla nostra redazione, afferma che “pagare 450 euro una visita è un insulto per tutti i lombardi. Da una parte, è la chiara dimostrazione che la politica sanitaria della regione è solo un business per alcuni, ma anche, dimostrazione della sempre maggiore perdita del carattere universalistico della sanità come prescritto in Costituzione. Trovo particolarmente deplorevole in termini morali che sulla tragedia ci siano persone che vogliono guadagnare a tutti i costi, non curandosi che la professione medica è prima di tutto una missione”.

Il consigliere comunale PD  Matteo Piloni sembra fare parte di un partito che vuole, finalmente, farsi sentire nel deserto circostante “Il pubblico arranca e il privato ingrassa” dice. Poi aggiunge: “Il privato risponde a una mancanza inaccettabile, ovvero alle carenze dell’assistenza domiciliare…”, rispetto alla quale, aggiungiamo noi, la Regione Lombardia sembra occupata a fare altro non pensando nemmeno lontanamente, o forse sì, ma molto da lontano,a dare il via a misure adeguate, al potenziamento della medicina territoriale. Quindi o paghi €450 euro per il servizio a domicilio – la chiameremo sanità-escort – oppure imputridisci al Pronto Soccorso. Come se non bastasse quello che di putrido già c’è.





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martedì 6 ottobre 2020

ALBERTO da Giussano è una Leggenda

ALBERTO da Giussano è una Leggenda


 inventata dal frate domenicano Galvano Fiamma

 Fu, secondo una diffusa tradizione (cantata dal Carducci nella Canzone di Legnano e consacrata persino nel Famedio del cimitero monumentale di Milano), il comandante della famosa e leggendaria "Compagnia della morte", che nella giornata della battaglia di Legnano (29 maggio 1176), decisiva per il contrasto tra i Comuni italiani e l'imperatore, avrebbe, col suo disperato valore, salvato il Carroccio, risolvendo favorevolmente una situazione bellica che diventava sempre più pericolosa e minacciava di trasformarsi in una rotta per le forze della Lega lombarda. Che valore ha questa tradizione? E se si tratta di leggenda è leggendario anche il nome? Ricerche fatte, sia pure per altri scopi, da P. Pecchiai, hanno trovato che nel 1196, in un ricorso presentato a papa Celestino III da parte dei vicini della Porta Comacina di Milano per una vertenza circa l'amministrazione dell'ospedale di S. Sempliciano, figura il nome di un Alberto da Giussano. Possiamo dunque essere certi almeno dell'esistenza, proprio in anni vicini all'epoca della lotta contro Federico I, di una persona di tale nome, anche se non siamo in grado di affermare che si tratti veramente del condottiero. Egli avrebbe abitato presso quella chiesa di S. Sempliciano donde, come vuole la leggenda, sarebbero partite le tre bianche colombe, che i combattenti avrebbero visto, durante la battaglia di Legnano, posarsi sul pennone del Carroccio.

La leggenda di A. da Giussano non compare in nessuno dei cronisti contemporanei della battaglia di Legnano; solo con Galvano Fiamma (n. 1283-m.1344) essa prese inizio: di questo autore abbiamo varie opere di cui qui interessano la Cronica Galvaniana (Bibl. Naz. di Brera a Milano, cod. Braid. A.E.X.,10), il Chronicon maius,il Chronicon extravagans de antiquitatibus Mediolani (ms. cod. A. 275 inf., Milano, Biblioteca Ambrosiana), editi a cura di A. Ceruti in Miscellanea di storia italiana,VII (1869), pp. 445-784,e il Manipulus florum sive historia Mediolanensis,edito in Rerum Italic. scriptores,XI, col. 533-740.

Nel Chronicon maius (ed. Ceruti, pag. 718) il Fiamma descrive la "Societas de la Morth", composta di 900 militi scelti al comando di A. da Giussano: questi cavalieri avrebbero avuto come loro distintivo un anello d'oro e si sarebbero impegnati tutti a morire piuttosto che cedere; nella Cronica Galvaniana non si parla della "Compagnia della morte", ma si fa il nome di A. da Giussano: "Albertus de Gluxiano vexillum comunitatis habuit, cui inerant duo fratres gigantes fortissimi, scilicet Otto et Raynerius...". In realtà negli atti della famiglia Giussani, che ebbe molte relazioni col monastero Maggiore di Milano, non si trova questo Alberto in quegli anni: lo si trova invece nel 1196 nella parrocchia di S. Sempliciano di Milano in Porta Comacina, come sopra si è visto. Ma è possibile l'identificazione? È dunque da pensare che il Fiamma si sia basato su qualche leggenda, magari di origine dotta (si veda il particolare dell'anello d'oro che richiama i cavalieri del mondo classico romano o l'anello dei dottori), e che abbia avvertito la necessità di contrapporre al nome di Federico un altro nome. Pareva forse umiliante, per la mentalità del sec. XIII, dover solo parlare dei Milanesi e non poter attribuire la vittoria al valore di un individuo d'eccezione. Dal Fiamma la leggenda si diffuse, passò nella cronaca detta Flos florum della fine del XIV secolo (Torelli, La Cronaca milanese Flos florum,in Archivio muratoriano,Città di Castello 1906) e giunse a Bernardino Corio nella sua storia di Milano (Milano 1503; ibid. 1855-57), il quale scrisse che A. era "homo per galiardia sua reputato gigante". Nel Sigonio (Historiae de regno Italiae,Francoforte 1591) manca il nome di A., ma c'è la "Compagnia della Morte"; nel Ripamonti (Historiae Ecclesiae Mediolanensis,II, Milano 1625) ormai la leggenda si è fissata con la particolare descrizione fisica di A. da Giussano, il quale sarebbe stato, per la sua alta statura, conosciuto col nome di "il gigante".


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Alberto da Giussano è una Fake News

Alberto da Giussano è una Fake News


L'eroe della Lega non è mai esistito
Gli storici da tempo hanno stabilito che il cavaliere 
con la spada sguainata simbolo della Lega
 è una leggenda inventata dal frate domenicano Galvano Fiamma

Già dall'anno scorso, a Pontida era avvenuta una trasformazione non da poco: in quello che era un santuario della vecchia guardia della Lega, degli elmi vichinghi e delle ampolle con l'acqua del Po, sono spuntati gli un tempo odiatissimi terroni. Ma il cuore immacolato di Salvini unisce tutti, tutti sono accomunati dalla devozione verso la spilla che Salvini e i vari leghisti portano ancora sul petto, unica altra reliquia della Lega del tempo che fu: la spada sguainata tenuta in mano
 dal condottiero Alberto da Giussano. 
Chi era Alberto da Giussano: la spilla è ispirata a una statua di Butti che si trova a Legnano, luogo in cui la leggenda dell'eroe è nata perché qui, al comando della Lega Lombarda, nel 1176, sconfisse l'esercito di Federico Barbarossa. O almeno, questo è quello che racconta il frate domenicano Galvano Fiamma che un secolo e mezzo dopo la battaglia scrive la Chronica Galvanica, in cui si dice che Alberto da Giussano era il comandante della Compagnia della Morte, 
uno squadrone composto da 900 cavalieri lombardi. 
Gli storici hanno combattuto a lungo per incastrare storicamente la figura di Alberto da Giussano, che non compare in nessuna altra cronaca dell'epoca. Non solo: la Galvanica è un'opera nota per i suoi voli di fantasia (si trova scritto che la battaglia di Legnano fu vinta grazie all'intervento di tre colombe che misero in fuga l'esercito del Barbarossa) e le imprecisioni storiche (la data della battaglia è riportata sbagliata). Già questo aveva fatto alzare non pochi sopraccigli agli storici, specie dopo che si scoprì che il vero nome del capitano lombardo presente alla battaglia era Guido da Landriano. 
Insomma, una bufala. O meglio, una leggenda che sta alla base della mitologia leghista, tanto da esserne diventato il simbolo principale, ancora oggi utilizzato anche da chi, come i meridionali, non possono essere in alcun modo legati a quello che è una parte della mitologia lombarda.


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lunedì 5 ottobre 2020

Flop della Lega in tutte le Regioni Amministrate

L' #INCAPACITÀ DELLA #LEGA MANDA IN ESERCIZIO PROVVISORIO TRE REGIONI

L' #INCAPACITÀ DELLA #LEGA MANDA IN ESERCIZIO PROVVISORIO TRE REGIONI
Fanno una propaganda a tambur battente, fra #Selfie gastronomici e #FakeNews diffuse a più non 
posso sui social, poi alla fine non riescono nemmeno ad approvare i provvedimenti basilari dell'attività #Politica. La Lega è riuscita nell'impresa di #NonApprovare il #Bilancio per il 2020 e mandare in esercizio provvisorio ben tre #Regioni nelle quali governa: #Sardegna, #Umbria e #Basilicata. Questo è il #Cambiamento #Targato #Lega 

Un Flop della Lega in tutte le Regioni Amministrate



Nella retorica del Carroccio, gli amministratori leghisti sono il nuovo che avanza, pronto a spazzare via un sistema ormai vecchio e corrotto per mettersi dalla parte dei cittadini. All’atto pratico, però, il vento del cambiamento tanto decantato fatica a soffiare davvero. Le tre Regioni in cui la Lega è infatti riuscita a sbancare le elezioni non si stanno infatti al momento rivelando un successo dal punto di vista della gestione. Anzi. Ad accomunare la Sardegna di Christian Solinas, la Basilicata di Vito Bardi  e l’Umbria di Donatella Tesei è la decisione del via libera all’esercizio provvisorio di bilancio.


In tutte e tre le Regioni, due in mano alla Lega e una a Forza Italia con il supporto verde, non si è riusciti ad approvare in tempo il bilancio per il 2020. La prima ad annunciarlo è stata la Sardegna, una delle prime regioni conquistare da Matteo Salvini durante il 2019. A novembre la Giunta aveva fatto sapere che la Regione avrebbe intrapreso la strada dell’esercizio provvisorio di bilancio per tre mesi, dopo due anni di contabilità regolare.

Poi è stato il turno dell’Umbria di Donatella Tesei: la maggioranza in Assemblea regionale ha approvato la settimana scorsa il disegno di legge della Giunta per l’autorizzazione all’esercizio provvisorio del bilancio di previsione per l’anno 2020. Anche la Basilicata andrà  in esercizio provvisorio. Il disegno di legge  per autorizzare l’esercizio provvisorio non è ancora stato discusso in Assemblea, ma solo perché la prossima riunione del consiglio regionale è fissata per il 14 gennaio del 2020.Del tanto paventato cambiamento, dunque, nessuna traccia, visto che durante l’esercizio provvisorio ci si deve limitare all’ordinaria amministrazione in base ai limiti di spesa della precedente legge di bilancio per un massimo di tre mesi. Un lasso di tempo in cui non sarà possibile spendere a piacimento, in barba alle promesse fatte agli elettori. Non certo casi unici, per carità. Ma a far scalpore è il fatto che la Lega non abbia portato alcuna rivoluzione, nonostante le tante promesse. 

Non è un bel biglietto da visita.

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