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lunedì 18 maggio 2020

Capitan Alì Babà

Capitan Alì Babà


Che dire di Salvini, va ospite in una Casa Truffata ad una Minorenne, siede sulla sedia di Vittorio Mangano, il boss appartenente al clan di Totò Riina, mangia con lo sponsor di Totò , Silvio che fu indagato dai magistrati uccisi da Totò Riina...
Poi incontra Parnasi, che lo arrestano per corruzione, poi gli indagano il tesoriere di partito Centemero per corruzione...
Insomma, sembrava proprio una brava persona...

Capitan Alì Babà

Capitan Alì Babà

Capitan Alì Babà


CAPITAN ALI’ BABA’
Il morbo è ufficiale e conclamato, per ammissione implicita dell’appestato principale. La Lega, - quella giunta al potere al grido di “Roma ladrona!” - era lei l’Alì Babà e i 40 ladroni di tutto il cucuzzaro, la biblica peste ladra verde, la cavallettona famelica che si è spolverata 49 milioni di euro dei cittadini italiani, truffandoci a tutti sui rimborsi elettorali e facendo sparire il malloppo probabilmente nei paradisi fiscali. Il partito di Capitan Alì Babà infatti, ieri ha deciso di ripagare la truffa allo Stato in comode rate annuali di 600.000 euro. Ma ancora parlate? Vergognati. Quando Matusalemme Babà detto Salvini Matteo avrà compiuto 121 anni (nel 2094) la Lega avrà finalmente restituito il malloppo agli italiani depredati. Jack non ha soldi, non ha casa, non ha nulla, ma oggi vado in banca e chiedo un mutuo di 100 mila euro, in base ai favori ricevuti da Salvini. Lo rimborserò con soli 100 euro al mese e salderò il mio mutuo nel 2094! Era ora, anch’io avrò una casa, evviva! Ah no? Noi no? Non si può? Lui ex ministro dell’interno e può fare ciò che vuole? Ladro di Stato, dimettiti! Ma non lo fari. Sei solo un Capitan Alì Babà. Non hai dignità, non hai stile, non hai senso dello Stato, non hai cuore.



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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

Giulietto Chiesa

Giulietto Chiesa


Morto Giulietto Chiesa , raccontò la fine dell'Unione Sovietica Avrebbe compiuto 80 anni il prossimo settembre. E' stato stato corrispondente da Mosca per l'Unità e la Stampa, oltre che per il Tg1 e Tg3. Vauro: "Morto un uomo ancora capace di piangere per gli orrori della guerra.
I suoi occhi sono un po' anche i miei".


26 aprile 2020 È morto Giulietto Chiesa, ex dirigente del Pci, ex europarlamentare e giornalista. Avrebbe compiuto 80 anni il prossimo settembre. Chiesa è stato corrispondente da Mosca per l'Unità e la Stampa, oltre che per il Tg1, Tg3, e Tg5 raccontando la fine dell'Unione Sovietica. Una tematica ripresa in diversi saggi, analizzando il passaggio dall'Urss comunista alla Russia moderna, con la leadership di Putin. Nel 1980 entra a L'Unità.

Nel 1980, Chiesa entra a "L'Unità", la quale lo manda a Mosca per le Olimpiadi 1980 al posto del corrispondente Carlo Benedetti.

E proprio a Mosca, il giornalista si stabilisce con la compagna. Impara la lingua russa e, grazie alle competenze politiche maturate nel partito diventa uno dei più stimati "cremlinologi" degli anni della glasnost' e perestrojka di Michail Gorbacëv, stringendo rapporti con dissidenti riabilitati come Roj Medvedev e Lev Karpinskij. Alla fine del decennio Chiesa scrive per "La Stampa". Ma sono diverse le testate con cui in questi anni, Chiesa ha collaborato. Da 'Galatea', 'Megachip, MicroMega', a 'Il manifesto', 'Latinoamerica'. In Russia ha tenuto per diversi anni una rubrica fissa sul settimanale Kompanija (foglio edito dai circoli degli imprenditori).

Nel 2004 viene eletto al Parlamento europeo Giulietto Chiesa ha avuto anche una parentesi politica. Nel 2003 aderisce, da indipendente, all'alleanza politica fra Antonio Di Pietro e Achille Occhetto ed è candidato alle Elezioni europee del 2004 (Italia) per la lista "Di Pietro - Occhetto, società civile". Chiesa raccoglie oltre 14.000 preferenze nella circoscrizione Nord Ovest, quasi ottomila nel Nord Est e 11.988 al Centro. Viene eletto al Parlamento europeo per la circoscrizione Nord-Ovest in sostituzione di Occhetto, che opta per mantenere il seggio al Senato.  In seno al Parlamento europeo è stato nominato, dal 2005 al 2007, vicepresidente della Commissione per il commercio internazionale, membro della Commissione per la cultura e l'istruzione, della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa, della Delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare Ue-Russia, della Delegazione alle commissioni di cooperazione parlamentare Ue-Kazakistan, Ue-Kirghizistan e Ue-Uzbekistan e per le relazioni con il Tagikistan, il Turkmenistan e la Mongolia.

1989-1990- Fellow del Kennan Institute for Advanced Russian Studies Dal 1º settembre 1989 al 1º agosto 1990 Chiesa è fellow del Kennan Institute for Advanced Russian Studies, al Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington, per il progetto Democratization of Soviet Society: Problems and Possibilities.

 I suoi libri. Da "L'Urss che cambia" a "Cronaca del golpe rosso" Chiesa è autore di diversi libri. Ricordiamo: "Obiettivo Teheran. Il blitz di Carter e i suoi retroscena"; "L'Urss che cambia", con Roy Medvedev"; "La rivoluzione di Gorbacev. Cronaca della perestrojka", ancora con Roy  Medvedev; "Transizione alla democrazia. La nascita delle forze politiche in Urss" e "Cronaca del golpe rosso". Tra le pubblicazioni più recenti:  "È arrivata la bufera". 

Blog e Pandoratv.it Negli ultimi anni, Chiesa Giulietto Chiesa ha curato un blog, dapprima personale, poi ospitato sul sito del "Fatto Quotidiano". Nel 2014, ha fonda Pandoratv.it, televisione on line, nella cui redazione multimediale ha svolto il ruolo di coordinatore.

Vauro: "Morto un uomo ancora capace di piangere per gli orrori della guerra" Vauro Senesi - dando la notizia sui profili social - scrive: "Non riesco ancora a salutarlo. Ricordo i suoi occhi lucidi di lacrime, a Kabul, davanti ad un bambino ferito dallo scoppio di una mina. È morto un uomo ancora capace di piangere per l'orrore della guerra. I suoi occhi sono un po' anche i miei".




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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

Fregnacce di Salvini sulla Sanatoria che Regolarizza gli Stranieri

Fregnacce di Salvini sulla Sanatoria che Regolarizza gli Stranieri

Ieri Roberto Maroni ci ha tenuto a spiegare affinità e differenze tra la sanatoria del governo Conte per lavoratori agricoli, colf e badanti  e i bei tempi in cui era la Lega a regolarizzarli nel governo Berlusconi.  L’ex ministro dell’Interno in un post pubblicato sull’Huffington Post  ha segnalato che i passaggi fondamentali della legge di Bellanova e Conte (o come recita il decreto della “emersione dei rapporti di lavoro”) «sono stati presi paro paro da un altro decreto, fatto nel 2009 dal governo Berlusconi: il DL 78/09 convertito nella legge 3 agosto 2009 n.102. State a sentire».

La Sanatoria di Conte e Bellanova è uguale a quella di Maroni
e Berlusconi ma Salvini non se ne è accorto.

C’è però una differenza tra le due leggi, ha spiegato Maroni: “Il Governo Conte ha infilato anche qualcosa che non andava infilato, una “sanatoria a tempo” per i clandestini senza lavoro. Un permesso di soggiorno provvisorio di 6 mesi per chi si trova irregolarmente in Italia. Cose che noi avevamo sempre escluso per principio, considerando l’esistenza di un rapporto di lavoro (regolare o da far emergere) come un presupposto indispensabile per la concessione del “contratto di soggiorno” introdotto dalla legge Bossi-Fini. Una bella invenzione il “contratto di soggiorno”: una sintesi letterale tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno. Anche questo termine è ripreso nel decreto Rilancio, a riconoscimento (mi pare evidente) della persistente validità della legge Bossi-Fini. L’avevamo approvata nel 2002, e da allora sta lì, viva e vegeta, a presidiare il terreno dell’immigrazione. Nonostante i tentativi dei governi di centrosinistra di abbatterla, nonostante le promesse di cambiarla radicalmente fatte dal M5S in campagna elettorale. Il pilastro legislativo che porta la firma di due campioni della seconda repubblica è sempre lì”.



Manco a dirlo, oggi Matteo Salvini nel suo intervento a Radio24 ha ripreso il distinguo: “Questa sanatoria come quella di Maroni del 2009? No, questa è una cosa indiscriminata, ora si sanano anche le decine di migliaia di immigrati che hanno fatto domanda, a cui è stata respinta dalle commissioni, perché falsa e bugiarda”. “Una cosa è allungare il permesso di lavoro a chi ha già un contratto di lavoro e per me ha un senso, un conto è sanare indiscriminatamente chiunque ci dica io ero in Italia prima del 8 marzo 2020“. “Qui – avverte – si regolarizzano anche quelli che bivaccano in questo momento di fronte alla stazione Termini“.

Affinità e differenza tra quando i rapporti di lavoro li fa emergere la Lega e quando lo fanno gli altri
Ora andiamo a vedere come funziona la sanatoria o l’emersione dei rapporti di lavoro nella legge di Conte e Bellanova. La Stampa ha spiegato oggi l’iter per la regolarizzazione di lavoratori agricoli, collaboratori famigliari e badanti con la sanatoria entrata nel Decreto Rilancio che porterà soldi nelle casse dello Stato: nel periodo dal primo giugno al 15 luglio sarà possibile la regolarizzazione di colf, badanti, baby sitter e lavoratori del settore agricolo-pesca-allevamento. Due i canali:

– Richiesta da parte dei datori di lavoro, pagando all’Inps un forfait di 500 euro.
– Richiesta da parte dei lavoratori stranieri, pagando 160 euro, per avere un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, ma solo provando di avere svolto prima del 31 ottobre 2019
 attività nei settori previsti.
I paletti, quindi, sono molto stringenti. Se si stima che ci siano 600mila clandestini in Italia, pochissimi sono quelli che hanno avuto contratti in questi settori e che lo possono comprovare.

Quanti potrebbero essere i lavoratori interessati? Un dato indicativo è che dal 31 ottobre 2019 al 14 maggio 2020 all’Inps risulta che sono scaduti meno di centomila contratti di lavoro. Se ci si limita ai collaboratori delle famiglie e del settore agricolo, però, sono molti meno. Questo il perimetro per quanto riguarda le domande che potrebbero venire dai lavoratori. Quale sarà l’impatto nelle campagne? Secondo Romano Magrini, di Coldiretti, «saranno al massimo 2.500 i lavoratori agricoli interessati». La stragrande maggioranza dei 370mila lavoratori stagionali ufficiali che mancano nelle campagne sono infatti regolarmente rientrati in patria tra novembre e dicembre e ora mancheranno perché bloccati dal Covid-19.

Soltanto i romeni sono più di centomila,tredicimila i polacchi, undicimila i bulgari. Inoltre ci sono 18mila extracomunitari che ogni anno arrivano con il decreto flussi e rispettano rigorosamente le regole del rientro a casa. Tutti questi lavoratori sono difficilmente sostituibili. «Un conto sono i braccianti, altro i lavoratori specializzati abituali che oggi vengono invocati dalle nostre aziende», dice Danilo De Lellis, Confagricoltura. Le organizzazioni agricole insistono che occorre organizzare al meno l’arrivo di manodopera comunitaria con i cosiddetti «corridoi verdi» come si sta facendo in Germania, Gran Bretagna e Francia.

Poi ci sono colf e badanti. A fronte di 850mila lavoratori e lavoratrici in regola, si stima che ce ne siano oltre 1 milione che lavorano in nero. Quasi tutti sono stranieri arrivati in Italia con permessi turistici, di studio, o religiosi. Potrebbero essere interessati a richiedere il permesso di 6 mesi, ma devono dimostrare di avere avuto un contratto di lavoro nel settore. E non è facile.

La legge di Maroni per “l’emersione del lavoro nero”
Ora, attenzione al barbatrucco. Maroni sostiene che nella legge di Bellanova e Maroni ci sia “Un permesso di soggiorno provvisorio di 6 mesi per chi si trova irregolarmente in Italia. Cose che noi avevamo sempre escluso per principio, considerando l’esistenza di un rapporto di lavoro (regolare o da far emergere)”. Se uno deve far emergere un contratto, questo non può essere regolare. Quindi di cosa stiamo parlando? Di lavoratori in nero, ovvio. E se non fosse chiaro oggi, questo è ciò che Maroni dichiarava all’epoca:

Cosi’ il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, in un’intervista di oggi al ‘Corriere della Sera’ spiega la linea del governo su colf e badanti e sottolinea: “Mai si e’ parlato di sanatoria”. Piuttosto il titolare del Viminale parla di “regolarizzare il lavoro domestico irregolare”. Dunque, nessuna marcia indietro smentisce Maroni, chiarendo che l’argomento e’ stato affrontato “al primo Consiglio dei Ministri” ed e’ “una cosa meditata”.


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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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L’Italia Non si è mai Liberata davvero del Fascismo

L’Italia Non si è mai Liberata davvero del Fascismo



Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento
che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia.
Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli ”italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’
ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati,
in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei
crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere,
 si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana,
ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi
sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare,
ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi.
 Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, della Libia, Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della
Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.



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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI


FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

Fontana e la EX di Salvini si Prendono la Fondazione Fiera


Fontana e la EX di Salvini si Prendono la Fondazione Fiera


La Fondazione Fiera sta per passare sotto le insegne della Lega. Infatti, grazie alle nomine decise martedì sera da Regione Lombardia, è in procinto di prendere il controllo di uno degli enti più ricchi e potenti della Lombardia. Una manovra possibile grazie all’indicazione espressa dal governatore lombardo, Attilio Fontana, di Enrico Pazzali  per la carica di presidente e, soprattutto, dell’avvocato Giulia Martinelli nel ruolo di consigliere di amministrazione e probabile vicepresidente. Non un legale qualsiasi, la Martinelli, ma la potentissima capa della segreteria dello stesso Fontana, nonché ex compagna di vita di Matteo Salvini, col quale condivide una figlia. Una figura rimasta nell’ombra fino a oggi – sebbene al Pirellone non sia un mistero per nessuno che fosse lei spesso a “suggerire” le mosse a Fontana, grazie a una linea diretta con Salvini ,
e che ora fa il grande balzo.

Il blitz del presidente della Regione ha alla fine ricevuto anche il via libera del Comune di Milano che non ha ritenuto opportuno fare osservazioni e opporsi alla designazione di Pazzali. “Non combatto battaglie perse in partenza“, avrebbe detto Beppe Sala ai suoi più stretti collaboratori, forse considerando anche i diversi tavoli di confronto aperti con il Pirellone. Scelte invece fortemente criticate dal Pd lombardo che, per bocca del proprio capogruppo, Fabio Pizzul attacca: “Quella della Lega è un’occupazione capillare degli spazi di potere, con persone scelte in ragione della loro fedeltà. Si vedono inoltre nomi di una stagione passata che non ha lasciato di sé un buon ricordo“. Per Pizzul sulle nomine Regione Lombardia continuerebbe “a mostrare un modo di fare che non rende ragione della tradizione di apertura che in altri tempi ha caratterizzato la Lombardia”.

In pratica si tratta di uno spoil system in piena regola e in salsa leghista che si rafforza con l’indicazione a consiglieri d’amministrazione di Fabrizio Grillo – ex segretario generale del Padiglione Italia durante Expo 2015, dove si occupava di cerimoniale internazionale, un nome certo non lontano dall’area ideologica del Capitano –, e del geometra Antonio Lucio Colombini.

La manovra di occupazione della controllante della Fiera spa si completerà, molto probabilmente, nei prossimi giorni con l’attesa nomina di Stefano Cecchin a direttore generale. In questo modo si ricostituirà ai piani più alti e con maggiori poteri il tandem Pazzali-Cecchin che aveva governato la Fiera dal 2009 al 2015 con risultati gestionali quasi sempre deficitari. Ora bisognerà vedere quali saranno le prime mosse dei nuovi vertici anche nei confronti della controllata Fiera spa, oggi completamente risanata dopo essere passata per un aumento di capitale da 70 milioni e le sabbie mobili del commissariamento giudiziario.

Ma anche per Fontana si tratta di un ritorno in grande stile, in quanto fino al 2016 aveva fatto parte del consiglio di amministrazione di Fiera spa poi azzerato per volontà della procura di Milano che aveva riscontrato pesanti carenze nel sistema dei controlli sui fornitori. Una rete non in grado di prevenire infiltrazioni mafiose, un sistema di competenza del settore corporate di Fiera Spa.

Pazzali era uscito da Fiera nella primavera 2015 alla scadenza del secondo triennio da amministratore delegato beneficiando anche di una buonuscita da 1,4 milioni che gli era stata garantita da Fontana quando questi era nel cda e presiedeva il Comitato remunerazioni. A sua volta Pazzali, prima di lasciare la società aveva assicurato un ricco paracadute a Cecchin, incassato da quest’ultimo nel 2018 al momento dell’addio a Fiera. Ma Fontana ha fatto di più, aveva “ripescato” Cecchin nominandolo in pieno agosto presidente di Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente. E ora, a distanza di neanche un anno, il nuovo cda della Fondazione potrebbe richiamarlo
 a gestire l’intero universo della Fiera di Milano.
Sotto l’occhio vigile dell’avvocato Martinelli.



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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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lunedì 11 maggio 2020

Salvini metta gli Stivali e Venga nei campi insieme a noi

Salvini metta gli Stivali e Venga nei campi insieme a noi


Su Rai3 è appena avvenuta la più clamorosa delle sconfitte di Matteo Salvini.
Chi lo ha steso senza alzare un tono e senza una virgola fuori posto
 è stato il signor Aboubakar Soumahoro, sindacalista italo-ivoriano.
Il tema era l’agricoltura, la questione dei diritti.
In un italiano praticamente perfetto, Soumahoro, che cita Primo Levi e Papa Francesco, ha infatti smontato con il massimo della calma ogni singola, minima, infinitesimale balla di Salvini.
Partendo da un presupposto: che a marcire nei campi sono i diritti anche degli italiani, che rappresentano oltre l’80% della manodopera agricola.
Sono i diritti di chi, dice Aboubakar, “è impegnato nelle campagne a raccogliere frutta e cibo che finisce anche sulla tavola del senatore Salvini”.
Salvini ha ascoltato tutto bofonchiando, sgranando gli occhi.
Incredulo.
E non appena Aboubakar ha terminato il suo discorso ha subito ricominciato con la solita retorica, la solita propaganda.
Allora il sindacalista, capito l'antifona, gli ha detto un'ultima cosa.
Una sola.
“Salvini, un’ultima cosa: metta gli stivali e venga nei campi con noi.
Andiamo ad ascoltare i contadini”.
E tutto termina lì.
Nel Salvini paonazzo, purpureo.
Steso, davvero con grande classe, da chi a differenza sua di lavoro può parlare.
Che così facendo ci ha dimostrato quanto già sapevamo.
Che quando ha un contraddittorio, Salvini Smette di Esistere.
Evapora Politicamente.



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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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Nave Ospedale di Toti Costa più di un Milione di Euro

Nave-Ospedale di Toti Costa più di un Milione di Euro


Coronavirus, per la nave-ospedale di Toti a Genova più di un milione di euro a carico della Protezione civile. Un posto letto? Sulla terraferma costa fino a dieci volte di meno.
 Ecco tutte le cifre finora nascoste

L’accordo con l’armatore Aponte per ospitare i dimessi dagli ospedali prevede una spesa di 1,3 milioni per il primo mese e mezzo. “È un tetto massimo, si spenderà meno”, assicurano da Roma. Il governatore ligure: “Può ospitare fino a 300 persone”. Ma in Regione ci sono diverse strutture libere dove i posti letto sarebbero costati molto meno, come il padiglione C dell'ospedale Galliera. Il Pd: “È stata solo un’operazione pubblicitaria”

Per Toti è una “operazione lungimirante”. Ma della nave ormeggiata nel porto di Genova per ospitare i malati di Covid dimessi dagli ospedali, il governatore ligure ha sempre taciuto i costi: ben 835mila euro al mese, escluse le spese per i servizi sanitari e gli stipendi di medici e infermieri. Non ne ha fatto alcun cenno nemmeno quando l’8 aprile ha presentato sulla banchina, davanti al maxi traghetto, l’attivazione a bordo del secondo modulo da 25 posti letto. Senza dire che il primo modulo, nelle prime due settimane, è costato alle casse pubbliche la bellezza di 1.150 euro al giorno per paziente, come mostrato in un servizio della trasmissione Sono le venti di Peter Gomez. Almeno dieci volte in più di quanto sarebbe costato un analogo posto letto sulla terraferma, in una delle tante strutture disponibili in Liguria. Anche per questo motivo secondo il Pd
quella di Toti è “un’operazione pubblicitaria“.

La nave di Aponte – I costi sono a carico della protezione civile, in virtù dell’accordo che Toti, quale “soggetto attuatore”, ha siglato con Grandi navi veloci, compagnia del gruppo Msc. L’armatore, Gianluigi Aponte, da tempo punta su alcuni progetti legati al porto di Genova per incrementare il suo volume di affari nelle crociere e nel business dei terminal container. Tanto che il 19 febbraio, pochi giorni prima dello scoppio del contagio, era in regione per un super vertice con Toti e il sindaco Marco Bucci. Di lì a poco, l’idea di offrire il traghetto Splendid, inutilizzato in tempi di coronavirus, che con qualche minimo allestimento sarebbe diventato una “nave ospedale”. Il prezzo del noleggio è simbolico: un euro al giorno. Ma una nave in porto costa. E tanto. Solo di carburante 162mila euro al mese, visto il consumo di 0,5 tonnellate all’ora che farà storcere il naso a più di un ambientalista. Ci sono poi i 274mila euro al mese di stipendi più 12mila di pasti per l’equipaggio, i 23mila euro di costi portuali e tutta una serie di altre voci di spesa che si hanno solo perché si è scelta una nave.

Per un mese e mezzo 1,3 milioni di euro a spese pubbliche – Con Grandi navi veloci sono stati siglati al momento due contratti che coprono il periodo dal 19 marzo al 3 maggio, per un costo complessivo di quasi 1,3 milioni di euro. “Sono costi previsionali, spenderemo molto meno”, garantisce Luigi Bottaro, direttore generale dell’Asl ligure che gestisce il progetto. Di un tetto di spesa massimo autorizzato parla anche la protezione civile: “Verosimilmente si spenderà meno, ipotizziamo 700mila euro”, fanno sapere dagli uffici romani che hanno dato l’ok alla soluzione proposta da Toti perché “la nave ha una capienza fino a 300 pazienti qualora vengano attivati tutti i moduli da 25 posti letto e consente di concentrarli tutti in una unica struttura, senza distribuirli in più strutture, anche alberghiere”. Strutture alberghiere che però sono state utilizzate nella Bergamasca, dove i dimessi dagli ospedali ancora positivi e non in condizioni di tornare a casa sono stati distribuiti su quattro diversi hotel. E anche il Veneto si sta preparando a usare gli alberghi in caso di necessità.

“Un posto letto sulla terraferma? Costa 120-150 euro al giorno” – Ma torniamo ai risparmi ora ipotizzati per la nave di Toti. In buona parte derivano dal fatto che sul traghetto sono stati attivati al momento solo due moduli: i convalescenti ricoverati sono stati fino a 25 nelle prime due settimane, ora sono 46. Anche considerando eventuali risparmi a consuntivo, la scelta della nave rimane un bel po’ più costosa di quanto si sarebbe speso sulla terraferma: “Una prestazione di media complessità per deospedalizzati Covid in una qualunque struttura ospedaliera, anche privata, costa tra i 120 e i 150 euro al giorno per persona”, spiega Giovanni Lunardon, capogruppo del Pd in Regione Liguria.

Attraverso il suo staff, Toti dice a ilfattoquotidiano.it che la nave è stata scelta perché “è possibile spostarla lungo tutta la costa, garantisce un totale isolamento dalla città, è facilmente raggiungibile dalle ambulanze”e in virtù della sua capienza da 300 posti: “Non vi erano sul territorio della Liguria strutture sanitarie già esistenti che rispettassero le condizioni necessarie per ospitare un così elevato numero di persone”. Ma secondo Lunardon, di soluzioni alternative ce n’erano. E più di una: “Siamo l’unica regione d’Italia che in piena emergenza coronavirus ha praticamente chiuso due ospedali, quello di Cairo Montenotte e quello di Sestri Ponente”, dice Lunardon facendo riferimento a due strutture da cui è stato prelevato il personale sanitario per potenziarne altre. “Sono ospedali con circa cento posti letto ciascuno. Anche considerando le necessità di distanziamento, per i malati di Covid potrebbero garantirne 60 l’uno. Altri posti si potrebbero ricavare nelle strutture di Rapallo e Sestri Levante, oltre che negli ospedali privati. Oppure in caserme che con minime spese di adeguamento potrebbero essere messe a disposizione per le deospedalizzazioni”.

Il no all’utilizzo del padiglione del Galliera – A Genova c’è molto spazio libero anche nel padiglione C del Galliera, un edificio destinato a essere demolito se, come probabile, andrà avanti l’iter per il progetto di un nuovo ospedale che avrà meno posti letto di quello attuale. Un mese fa il comitato Cittadini per Carignano, che da anni si batte contro la sua realizzazione, ha lanciato una petizione perché il padiglione venisse utilizzato per ospitare i malati di Covid, una proposta che ha trovato il supporto della capogruppo del M5S in regione Alice Salvatore.

Ma il Galliera, che pur presieduto dal cardinale Angelo Bagnasco è a tutti gli effetti parte del servizio sanitario nazionale, ha risposto picche. E ha sostenuto che la maggiore criticità era la scarsità di personale, non di spazi, tanto che aumentare il numero di posti letto non sarebbe stato risolutivo. Ha preferito dunque destinare alle eventuali esigenze di pernottamento di operatori sanitari in attesa di tampone quell’edificio che – si legge in una nota dell’ospedale – è lontano “parecchie centinaia di metri” dagli altri reparti: “Sarebbe assurdo disperdere i pazienti nel padiglione C, logisticamente distante, sottoponendo a rischi elevati pazienti e operatori”. E così i malati dimessi dagli ospedali sono finiti ancora più in là, al porto. Per quella che Lunardon definisce “un’operazione pubblicitaria, tanto più spiacevole in un momento di grande crisi in cui sarebbe richiesta alla pubblica amministrazione serietà e sobrietà”.
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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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Mascherine Fantasma Pagate 10 milioni dalla Lombardia


Mascherine Fantasma Pagate 10 milioni dalla Lombardia

Sequestro della Gdf a Società che aveva ottenuto 5 affidamenti

La Guardia di Finanza di Como, nell’ambito di un procedimento penale pendente presso la Procura della Repubblica di Como e coordinato dalla dottoressa Valentina Mondovì, Sost. Proc., ha effettuato il sequestro di € 3.356.904 depositati sui conti correnti di una società di capitali milanese.

Mascherine Fantasma Pagate 10 milioni dalla Lombardia

La predetta società aveva ottenuto, a fine marzo scorso, n. 5 affidamenti diretti da parte di ARIA S.p.A. (la stazione appaltante di Regione Lombardia per l’acquisto centralizzato di beni e servizi) per la fornitura di “Dispositivi di Protezione Individuale” (mascherine, camici e tute mediche) da destinare all’emergenza COVID-19. Il valore complessivo degli affidamenti è pari ad € 13.970.000 dei quali € 10.490.000 sono stati già anticipati alla società, che però è stata in gran parte inadempiente; da qui, la denuncia per frode nelle pubbliche forniture (art. 356 c.p.) e l’emissione da parte dell’Autorità Giudiziaria lariana di un provvedimento
di sequestro dei saldi ancora presenti sui conti correnti societari.




Le nuove contestazioni conseguono agli approfondimenti investigativi effettuati dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Como a seguito dell’arresto effettuato, in data 27 aprile 2020, di F.B., l’amministratore della società. Si ricorda come F.B., sin dall’avvio della pandemia COVID, si sia dedicato all’importazione di dispositivi di protezione individuale ed altri dispositivi sanitari di produzione cinese. Per ottenere lo svincolo diretto dei beni, F.B. aveva però presentato, al momento dell’importazione, false attestazioni della destinazione dei beni ad Enti pubblici ed altri organismi impegnati nel fronteggiare l’emergenza sanitaria. Tale destinazione si è resa al fine per poter accedere alla procedura semplificata di sdoganamento introdotta dai recenti Decreti Legge. Infatti, è stato accertato come, in due episodi, riguardanti l’importazione di complessive 622.000 mascherine, 42.000 di esse siano state destinate a imprese private,
ubicate in Puglia e Lombardia, per finalità speculative.

Altro fronte che riguarda sempre il Pirellone è quello delle mascherine mutande, la Procura di Milano ha aperto un’indagine dopo l’esposto presentato da Adl Cobas Lombardia per accertare, tra l’altro, l’idoneità, i costi e l’aggiudicazione della fornitura delle mascherine prodotte dalla Fippi di Rho, un’azienda di pannolini che ha riconvertito la produzione su commissione di Regione Lombardia. L’inchiesta, nella quale sono ipotizzati i reati di truffa e frode nelle pubbliche forniture a carico di ignoti, è coordinata dai pm Mauro Clerici e Giordano Baggio. I pubblici ministeri hanno delegato i militari Guardia di finanza di Milano a compiere accertamenti relativi, per esempio, alla quantità di mascherine prodotte, alla loro idoneità e alla loro certificazione e alle modalità con cui è stata affidata la commessa. Le Fiamme gialle hanno già cominciato racconto la testimonianza di Riccardo Germani, il portavoce di Adl Cobas Lombardia, che tramite l’avvocato Enzo Barbarisi, attorno alla metà di aprile ha depositato l’esposto alla magistratura. Nel documento si parla di “inidoneità e, quindi, pericolosità del presidio”, giudizio dato da coloro che lo hanno provato “sul campo”. Come si legge nell’esposto le mascherine “non appaiono funzionali allo scopo protettivo, né del paziente né dell’operatore sanitario e/o medico, sotto il profilo anatomico e dinamico”
 il che comporterebbe rischi di contagi.

Lombardia, rabbia dei sanitari: «Le mascherine di Fontana pannolini, sono inutili»

Il caso delle «mascherine pannolino». Sbaglia chi fa, siamo d’accordo. Tuttavia quello delle mascherine in Lombardia sta diventando non più soltanto un enorme problema, sta trascinando la Regione stessa nel ridicolo. Le mascherine del governatore Attilio Fontana hanno indignato non poco il personale sanitario, che senza mezze termini le ha bollate come l’«ennesima umiliazione», un’offesa a chi sta rischiando la vita tutti i giorni nella battaglia sfiancante contro il Covid-19. Riccardo Germani, portavoce di ADL Cobas, ha pubblicato su Facebook uno scatto della “mascherina pannolino”, esprimendo tutta la sua rabbia e disapprovazione.

«La pseudo mascherina fatta con materiale dei pannolini è veramente un obbrobrio»

«Come ADL Cobas nei prossimi giorni formalizzeremo al Prefetto di Milano lo stato di agitazione di tutte le strutture della Sanità Pubblica, Privata e delle RSA della Regione Lombardia, chiediamo a tutti i sindacati conflittuali di promuoverlo congiuntamente, sciopereremo se riapriranno le attività produttive, per chiedere le dimissioni di Fontana e Gallera, per rendere obbligatori i tamponi a tutti gli operatori e un riconoscimento economico straordinario di 1000 euro al mese per ogni operatore che sta combattendo nelle strutture sanitarie», ha concluso Riccardo Germani sul suo profilo social. La reazione del sindacalista vi pare esagerata?  Il video pubblicato sempre su Facebook da Giorgio Arca, che spiega: «Non l’avevo ancora vista e sono riuscito a recuperarne una. La pseudo mascherina fatta con materiale dei pannolini è veramente un obbrobrio. Per indossarla bisogna infilarla dalla testa perché senza lacci, non rimane fissa, lascia il naso senza protezione ma per spiegarlo meglio ho fatto un video, come potete vedere e dove si evidenzia l’inutilità!». Poi l’appello: «Mi rivolgo alla giunta Regionale, vi presentate in televisione per vantare i medici e infermieri per il grande lavoro che fanno, ma non li mettete in condizione di operare in sicurezza e questa pseudo mascherina lo dimostra. Il personale sanitario vuole i dispositivi idonei per curare i cittadini colpiti da Covid-19».




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mercoledì 6 maggio 2020

#Stunziker di #Merdaset

Ma lasciatemelo dire non esiste dieta, ne ginnastica, ne massaggi e ne tutti i chirurghi del mondo per avere il coraggio di vivere in zone difficili e raccontarle a noi come fa Giovanna Botteri

Ma lasciatemelo dire non esiste dieta, ne ginnastica, ne massaggi e ne tutti i chirurghi del mondo per avere il coraggio di vivere in zone difficili e raccontarle a noi come fa Giovanna Botteri


 Ho letto in giro stati in difesa di #Stunziker, parlavano di invidia per il suo lato b. Ascoltate sessisti di merdaset, tutte le donne possono avere un fisico come lei, se si sta a dieta, si fa ginnastica, continui massaggi e alla prima imperfezione il tocco del chirurgo. Ma lasciatemelo dire non esiste dieta, ne ginnastica, ne massaggi e ne tutti i chirurghi del mondo per avere il coraggio di vivere in zone difficili e raccontarle a noi come fa Giovanna Botteri. La Michelle Hunziker si poteva rifiutare in quanto donna a fare gogna mediatica alla giornalista, ma siccome qua non si parla di donna ma di una femmina che ha usato il suo corpo come trampolino di lancio sposando 2 uomini di successo per lavorare e ancora lo usa il suo corpo, non ha avuto remore di mettere alla gogna una giornalista brava la Botteri. Invito le merde che difenfono la Stunziker di tacere
e di ragionare col cervello e non col pisellino.



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