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lunedì 18 maggio 2020

L’Italia Non si è mai Liberata davvero del Fascismo

L’Italia Non si è mai Liberata davvero del Fascismo



Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento
che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia.
Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli ”italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’
ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati,
in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei
crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere,
 si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana,
ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi
sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare,
ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi.
 Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, della Libia, Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della
Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.



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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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sabato 25 gennaio 2020

Pedofilia Fascista ed il Madamato

PEDOFILIA E FASCISMO

PEDOFILIA E FASCISMO

Quello che fece Montanelli si chiamava "madamato" ed era una pratica molto in voga nel 1936; tutti i fascisti avevano la propria madama minorenne dentro al letto.

Montanelli acquistò una moglie dodicenne (12 ANNI) durante la stagione 
del colonialismo fascista in Eritrea.

PEDOFILIA E FASCISMO


Correva l’anno 1936, e quella che sarebbe diventata una delle penne più prestigiose d’Italia scriveva nel numero di gennaio del periodico “Civilta’ Fascista” un articolo in cui si sosteneva che “non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà“.

Ma evidentemente non tutti i tipi di “fraternizzazione” erano sgraditi a Montanelli, come ha raccontato il diretto interessato in una intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982:

 “aveva dodici anni, ma non mi prendere per un Girolimoni ( famoso pedofilo arrestato all'epoca), a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire.

  Era un animalino docile, io gli  misi su un tucul (semplice edificio a pianta circolare con tetto conico solitamente di argilla e paglia) con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari“.

L’episodio era gia’ stato rievocato in precedenza nel 1969, durante il programma di Gianni Bisiach “L’ora della verita’”, in cui Montanelli ha descritto la sua esperienza coloniale: “Pare che avessi scelto bene - racconto’ Montanelli - era una bellissima ragazza, Milena, di dodici anni. Scusate, ma in Africa e’ un’altra cosa. Cosi’ l’avevo regolarmente sposata, nel senso che l’avevo comprata dal padre.
La moglie bambina di Montanelli (abbandonata al suo Tucul e al suo destino quando il giornalista è rientrato in Italia); le leggi razziali proibivano di elevare al rango di moglie vera e propria una “madama” acquistata per i soggiorni nelle colonie.
Il “madamato”, infatti, non era un vero e proprio matrimonio con parita’ di diritti e doveri, ma una forma di “contratto sociale” segnata dal dominio autoritario del colonizzatore sull’indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del libero sul prigioniero, del ricco sul povero, del forte sul debole. E alla fine avevi qualcosa che era meno di una moglie e poco piu’ che una schiava.
Era importante fare in modo che queste relazioni di dominio con le “belle abissine” non sconfinassero mai nel terreno dei sentimenti, e per questo nel Regio Decreto 740 del 19 aprile 1937, dal titolo eloquente “Sanzioni per rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi“, si era stabilito che “il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana è punito con la reclusione da uno a cinque anni“.

PEDOFILIA E FASCISMO


Quello che fece Montanelli si chiamava "madamato" ed era una pratica molto in voga nel 1936; tutti i fascisti avevano la propria madama minorenne dentro al letto.  Montanelli acquistò una moglie dodicenne (12 ANNI) durante la stagione   del colonialismo fascista in Eritrea.

Quello che fece Montanelli si chiamava "madamato" ed era una pratica molto in voga nel 1936; tutti i fascisti avevano la propria madama minorenne dentro al letto.  Montanelli acquistò una moglie dodicenne (12 ANNI) durante la stagione   del colonialismo fascista in Eritrea.

Quello che fece Montanelli si chiamava "madamato" ed era una pratica molto in voga nel 1936; tutti i fascisti avevano la propria madama minorenne dentro al letto.  Montanelli acquistò una moglie dodicenne (12 ANNI) durante la stagione   del colonialismo fascista in Eritrea.


La ragione di questo divieto alle “relazioni d’indole coniugale” l’ha spiegata Gianluca Gabrielli in un articolo del 2012 pubblicato sulla Rivista dell’Associazione Nazionale degli antropologi culturali:

La legge contro le unioni miste – scrive Gabrielli – vuole punire esemplarmente gli italiani che mostrano di non aver rispettato il codice di comportamento “razziale” dei dominatori. Il dispositivo quindi non è stato varato per colpire direttamente la donna africana, non è lei da educare in senso razzista. È l’italiano che interessa, che deve mantenere una distanza evidente e ostentare superiorità con le popolazioni del luogo, perché la distanza e la superiorità assicurano il dominio.

Ed e’ per questo che tra i “capi d’accusa” a carico di Seneca vengono elencati normalissimi gesti di premura verso una compagna, tra cui la colpa “di aver preso con sé un’indigena, di averla portata con sé nei vari trasferimenti, di volerle bene, di averla fatta sempre mangiare e dormire con sé, di avere consumato con essa tutti i suoi risparmi, di avere fatto regali ad essa e alla di lei madre, di averle fatto cure alle ovaie perché potesse avere un figlio, di avere preso un’indigena al suo servizio, di avere preparato una lettera a S.M. il Re Imperatore per ottenere l’autorizzazione a sposare l’indigena o almeno a convivere con lei“. Gesti che diventano crimini perche’ l’oggetto di queste attenzioni e’ un’africana, un’inferiore, un “suddito”.

PEDOFILIA E FASCISMO


Sfogarsi nelle trasferte comprandosi le “madame” andava bene, ma nella sentenza che condanna Seneca si afferma che “in questo caso, non è il bianco che ambisce sessualmente la venere nera e la tiene a parte per tranquillità di contatti agevoli e sani, ma è l’animo dell’italiano che si è turbato ond’è tutto dedito alla fanciulla nera sì da elevarla al rango di compagna di vita e partecipe d’ogni atteggiamento anche non sessuale della propria vita“.

E quando si passa dalle “ambizioni sessuali” ai “turbamenti dell’anima”, aggiungendo la sfrontatezza di voler elevare la “fanciulla nera” al ruolo di “compagna di vita” anche fuori dal letto, non c’e’ perdono possibile per la cultura fascista. Per i giudici che hanno condannato l’imputato Seneca quella donna non era rimasta un puro oggetto sessuale per “contatti agevoli e sani”, ma c’era il rischio che potesse diventare non solo oggetto di affetti, ma anche moglie e cittadina dell’impero, e tutto questo per il colonizzatore e’ una sciagura da evitare a tutti i costi.

Per smentire il “cosi’ fan tutti” associato alla sottomissione delle donne, all’acquisto di minorenni, alla pratica del “madamato” basta una semplice controprova che sgretola in un attimo quel “tutti” cosi’ perentorio. E pur essendo cosa comune a quei tempi comprare persone di cui disporre liberamente, e avere rapporti sessuali con dodicenni, c’e’ sempre in ogni epoca della storia qualche “imputato Seneca” che spinge la civilta’ lontano dalla barbarie.

PEDOFILIA E FASCISMO


E’ a questa gente che dobbiamo guardare, e non alla morale corrente: ne’ a quella in vigore al tempo delle “madame” dodicenni, ne’ a quella attualmente in voga nella nostra epoca di “utilizzatori finali” di diciassettenni.

https://cipiri.blogspot.it/2015/07/berlusconi-promise-7-milioni-karima-el.html

Ricostruire l’”acquisto” di Montanelli e il contesto in cui e’ maturato, assieme all’esperienza speculare di Seneca che cercava una compagna di vita e non una “madama a tempo”, potra’ sembrare una inutile riesumazione di fatti gia’ noti, o una mancanza di rispetto verso una firma storica del giornalismo italiano.

Resto comunque persuaso che il recupero della memoria storica, l’analisi critica dei dati di realta’ e i racconti fatti senza piangeria faranno contento il Montanelli giornalista ovunque egli si trovi, anche a costo di lasciare un po’ amareggiato il Montanelli colonialista e acquirente di dodicenni, e i suoi fan talmente appassionati e devoti da perdonargli qualsiasi errore di gioventu’, anche il piu’ abominevole.

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Bunga Bunga la cultura dell'uomo di Arcore



Bunga Bunga la cultura dell'uomo di Arcore Le ragazze “baciavano il pene della statuetta di Priapo e simulavano rapporti orali, io e Ambra eravamo scioccate”. Nell’aula del processo Ruby in cui Silvio Berlusconi è imputato di concussione e prostituzione minorile è tempo della testimonianza di Chiara Danese. La miss piemontese, insieme all’amica Ambra Battilana, si è costituita parte civile nel processo gemello con imputati l’ex direttore del Tg Emilio Fede, la consigliera regionale Nicole Minetti e l’ex agente delle star tv Lele Mora (in carcere per bancarotta dal giugno del 2011, ndr). Le due ragazze sostengono di avere subito un danno patrimoniale da “perdita di chance lavorativa” per avere partecipato a una serata ad Arcore.






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .

MUNDIMAGO


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lunedì 22 gennaio 2018

Ricchi sempre più Ricchi, Poveri sempre più Poveri



Si allarga la forbice tra i più ricchi e i poveri del mondo. L’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato all’1% più ricco della popolazione globale, mentre a 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera del mondo non è arrivato un solo centesimo. A rilevarlo è il nuovo rapporto choc di Oxfam "Ricompensare il lavoro, non la ricchezza", diffuso oggi alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos.

Il dossier rivela come "il sistema economico attuale consenta solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame". Da marzo 2016 a marzo 2017, segnala il dossier, il numero di miliardari è aumentato al ritmo impressionante di 1 ogni 2 giorni. Su scala globale, tra il 2006 e il 2015 la ricchezza a nove zeri è cresciuta del 13% all’anno, 6 volte più velocemente dell’incremento annuo salariale, di appena il 2%, che ha riguardato i comuni lavoratori. Il Rapporto segnala che i due terzi della ricchezza dei 'paperoni' di tutto il mondo non deriva dal loro lavoro ma è ereditato o arriva da rendite monopolistiche, cioè sono il risultato di rapporti clientelari.

E la disuguaglianza desta seria preoccupazione anche in Italia. A metà 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il successivo 20% ne controllava il 18,8%, lasciando al 60% più povero appena il 14,8% della ricchezza nazionale. La quota di ricchezza dell’1% più ricco degli italiani superava di 240 volte quella detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione. Nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuita del 28%, mentre oltre il 40% dell’incremento di reddito complessivo registrato nello stesso periodo è fluito verso il 20% dei percettori di reddito più elevato. Nel 2016 l’Italia occupava la ventesima posizione su 28 paesi Ue 
per la disuguaglianza di reddito disponibile.

Il Rapporto choc di Oxfam evidenzia che, a livello globale, con un terzo del volume dei dividendi versati nel 2016 agli azionisti dei 5 principali marchi mondiali dell’abbigliamento - 2,2 miliardi di dollari l’anno – sarebbe possibile garantire a 2,5 milioni di vietnamiti, impiegati nel settore dell’abbigliamento, un salario dignitoso. Il Rapporto analizza le cause per cui, nell’attuale sistema economico, "il costante incremento dei profitti di azionisti e top manager corrisponde a un peggioramento altrettanto costante dei salari e delle condizioni dei lavoratori".

Secondo gli analisti della confederazione internazionale di organizzazioni non profit, tra le ragioni principali di questa situazione ci sono "la forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzioni" e "la colpevole negligenza verso i diritti dei lavoratori e la drastica limitazione del loro potere di contrattazione nel mercato globale". Tra le cause anche i "processi di esternalizzazione lungo le filiere globali di produzione; la massimizzazione 'ad ogni costo' degli utili d’impresa a vantaggio di emolumenti e incentivi concessi ai top-manager; la forte influenza esercitata da portatori di interessi privati, capace di condizionare le politiche".

"Un nuovo miliardario ogni 2 giorni non è sintomo di un’economia fiorente, se a pagarne il prezzo sono le fasce più povere e vulnerabili dell’umanità" scandisce Maurizia Iachino, 
presidente di Oxfam Italia.

"L'attuale sistema economico - osserva Iachino - crea miseri e disuguali, offrendo lavori rischiosi, sotto-retribuiti e precari e abusando sistematicamente dei diritti di chi lavora. Basti pensare che oggi il 94% degli occupati nei processi produttivi delle maggiori 50 compagnie del mondo è costituito da persone 'invisibili' impiegate in lavori ad alta vulnerabilità senza adeguata protezione".

"Le persone che confezionano i nostri abiti, assemblano i nostri cellulari, coltivano il cibo che mangiamo vengono sfruttate per assicurare la produzione costante di un gran volume di merci a poco prezzo e aumentare i profitti delle corporation e degli investitori" 
avverte il presidente di Oxfam Italia.

"Fino a quando per il sistema economico globale la remunerazione della ricchezza di pochi rimarrà un obiettivo predominante rispetto alla garanzia di un lavoro dignitoso per tutti, non sarà possibile arrestare la crescita di questa estrema e ingiusta disuguaglianza" è il j'accuse di Iachino.

Sono le lavoratrici le più misere e maggiormente schiacciate dalla disuguaglianza sociale e economica, spiega ancora Oxfam. "Negli ultimi gradini della piramide sociale troviamo spesso le lavoratrici: in tutto il mondo guadagnano meno degli uomini", rileva il dossier.

Le lavoratrici, riferisce il Rapporto di Oxfam, "operano frequentemente in ambiti sottopagati e privi di sicurezza per chi lavora". Anche in questo settore, la disparità tra top manager e lavoratori ha raggiunto livelli estremi: in 4 giorni, l’Amministratore delegato di uno dei 5 più grandi marchi della moda può guadagnare quello che una lavoratrice della filiera dell’abbigliamento in Bangladesh guadagna in un’intera vita.

"In ogni parte del mondo - segnala Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia - abbiamo raccolto testimonianze di donne schiacciate dall’ingiustizia della disuguaglianza". "In Vietnam - prosegue - le lavoratrici del settore dell’abbigliamento non vedono i loro figli per mesi, perché non possono tornare a casa per colpa delle lunghissime giornate lavorative e delle paghe da fame che percepiscono".

Iachino riferisce ancora che "negli Stati Uniti abbiamo scoperto che alle lavoratrici dell’industria del pollame non era consentito di andare in bagno ed era imposto di indossare i pannolini. Sia in Canada sia in Repubblica Dominicana, molte donne di servizio nel settore alberghiero di lusso ci hanno raccontato di aver deciso di non denunciare le molestie sessuali di cui sono
 vittime per paura di perdere il lavoro".


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Se sei disoccupato o se conosci dei disoccupati contattaci. 
Ci riuniamo periodicamente in Camera del Lavoro Milano 
- Corso di Porta Vittoria 43 - Sala Fiom 2° piano. 
Scrivici : 
  movdirdisoccupati(@)libero.it 



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domenica 5 marzo 2017

REDDITO di DISOCCUPAZIONE in Italia? Quando?



L’Europa lo chiede dal ’92 e i paesi che ne erano ancora sprovvisti si sono adeguati. Tutti tranne uno: l’Italia. A 21 anni dalla Raccomandazione 92/441 con cui la Comunità Economica Europea ne sollecitava “l’introduzione in tutti gli Stati membri”, nel dibattito politico italiano sono tornati a far capolino i concetti di “reddito minimo garantito” e “reddito di cittadinanza“, strumenti di Welfare che nel resto del Continente consentono a chi boccheggia al di sotto della soglia di povertà 
di superarla e vivere una vita dignitosa.



L’UE LO CHIEDE DA ANNI. Tutto cominciò il 24 giugno 1992: con la raccomandazione 92/441, la Comunità Economica Europea sollecitava gli Stati a introdurre “il reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri”. Le richieste si sono ripetute nel corso degli anni: dalla Comunicazione della Commissione Ue COM (2006)44, alla raccomandazione 2088/867 CE, fino alla Risoluzione 2010/2039 del Parlamento Ue, che sottolinea “il diritto fondamentale della persona a disporre di risorse e prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana”. Nella lettera inviata al governo il 5 agosto 2011 la Bce chiede di introdurre “un sistema di assicurazione dalla disoccupazione” e tra i 39 punti della richiesta di chiarimenti del 10 novembre 2011 si legge della necessità di “rivedere il sistema dei sussidi di disoccupazione oggi molto frammentario entro la fine del 2011”. Tutti appelli caduti nel vuoto.
In Italia il dibattito politico sul tema è caratterizzato da una certa confusione terminologica: le due espressioni “reddito minimo garantito” e “reddito di cittadinanza” vengono usate come sinonimi, ma la differenza è sostanziale. “Il reddito di cittadinanza – spiega Roberta Bortone, docente di Diritto della sicurezza sociale alla Sapienza di Roma – è una forma universalistica di sostegno del reddito garantita dallo Stato a qualunque cittadino maggiorenne, sia che lavori o che non lavori, sia che in passato abbia lavorato sia che non lo abbia mai fatto. Che, quindi, viene assicurata vita natural durante ad ogni individuo a prescindere dalla sua disponibilità a lavorare”. Cosa diversa è il reddito minimo garantito, cui ha diritto “chi ha lavorato ed ha perso il lavoro, e che è agganciato agli ammortizzatori sociali”. Non solo: il Rmg è limitato nel tempo e condizionato alla disponibilità del beneficiario di accettare un’offerta di lavoro o a partecipare a programmi di formazione finalizzati al suo reinserimento nel mercato.
15 ANNI DI TENTATIVI. Il primo governo Prodi tentò di venire incontro alle richieste di Bruxelles con il Decreto Legislativo 18 giugno 1998, n. 237, che istituiva il Reddito Minimo di Inserimento, introdotto in Finanziaria per il 1998. Nonostante i discreti risultati raggiunti, il Rmi venne progressivamente smantellato e il governo Berlusconi smise di finanziarlo nel 2003. Nasceva allora nella Finanziaria 2004 il Reddito di Ultima Istanza, ma il progetto era confuso al punto che lo stesso anno la Corte Costituzionale lo dichiarò illegale (sentenza n. 423). Quattro anni dopo, nel 2008-2011, il secondo governo Prodi annunciò la reintroduzione del Rmi, che però non è stato mai finanziato. E ora, a parte i tentativi quasi tutti fallimentari delle Regioni (nel 2009 la giunta Marrazzo istituì il Rmg nel Lazio, ma la legge non viene più finanziata dai tempi della Polverini) e di altri enti locali (virtuoso il caso del “reddito di garanzia” introdotto dalla provincia autonoma di Trento), la sfida per garantire una vita dignitosa a tutti gli italiani riparte dal Parlamento.
Mentre in Italia giacciono in Parlamento proposte di legge mai discusse, nel resto d'Europa sono in vigore forme di sostegno e sussidi non destinati solo ai disoccupati. Dal modello scandinavo all'esperimento francese, ecco come funzionano e quanto valgono. Ma il primato va all'Alaska (grazie al petrolio). In Brasile povertà dimezzata con il piano di Lula.
L’ultima ad entrare nel club è stata l’Ungheria, nel 2009. Tutti gli altri paesi dell’Europa a 27 (tranne Italia) hanno adottato da tempo forme di reddito minimo garantito per consentire ai loro cittadini più deboli di vivere una vita dignitosa, così come l’Europa chiede fin dal 1992. Strumento pensato per alleviare la condizione di insicurezza di chi vive al di sotto della soglia di povertà, in caso di perdita del lavoro il reddito minimo scatta quando è scaduta l’indennità di disoccupazione (che in Italia è l’ultima tutela disponibile) e il disoccupato non ha ancora trovato un nuovo impiego. Ma nella Ue ne beneficia anche chi non riesce a riemergere dallo stato di bisogno nonostante abbia un lavoro. Negli ultimi anni la tendenza generalizzata, secondo il rapporto The role of minimum income for social inclusion in the European Union 2007-2010 stilato dal Direttorato generale per le politiche interne del Parlamento Ue, è stata quella di razionalizzare i vari sistemi, cercando di legare più che in passato il sostegno a misure per rafforzare il mercato del lavoro in modo da creare occupazione e ridurre il numero dei beneficiari. Ma il reddito minimo continua ad assolvere alla sua funzione: quella di ultimo baluardo garantito dagli Stati contro l’indigenza.
Nella UE il paese più progredito in tal senso sembra essere la Danimanca.
Il modello scandinavo danese è tra i più avanzati del continente ed è basato su un pilastro principale: il Kontanthjælp, l’assistenza sociale. Il sussidio è tra i più ricchi: la base per un singolo over 25 è di 1.325 euro (escluso l’aiuto per l’affitto, che viene elargito a parte), che arrivano a 1.760 per chi ha figli. I beneficiari che non hanno inabilità al lavoro sono obbligati a cercare attivamente un’occupazione e ad accettare offerte appropriate al loro curriculum, pena la sospensione del diritto. A differenza della maggior parte degli altri paesi, il sussidio è tassabile. E se ci si assenta dal lavoro senza giustificati motivi, viene ridotto in base alle ore di assenza. Fino al febbraio 2012, poi, esisteva lo Starthjælp, letteralmente “l’indennità di avviamento ad una vita autonoma”, il cui contributo minimo era di 853 euro: il beneficio è stato abolito in un tentativo di riorganizzazione e razionalizzazione del sistema.
Seguono poi gli altri paesi tra cui spiccano Germania, Francia, Belgio, etc. ma comunque una cosa è certa che secondo uno studio commissionato dalla Commissione Europea basato sui report nazionali dello EU Network of National Independent Experts on Social Inclusion, sono rari i casi in cui il reddito minimo “riduce sensibilmente i livelli aggregati di povertà”: “i paesi che meglio riescono ad elevare le condizioni dei loro cittadini più deboli verso la soglia di povertà sono Irlanda, Svezia, Paesi Bassi e Danimarca”. Svolge, invece, un ruolo importante “nel ridurre l’intensità della povertà”.
Coraggio in Italia la lotta è ancora lunga ma uniti ce la possiamo fare!
REDDITO di DISOCCUPAZIONE per MDD.

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  movdirdisoccupati(@)libero.it 



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mercoledì 22 giugno 2016

Quanto COSTERÀ' RIMBORSARE il PRESTITO a RATE



PENSIONI ANTICIPATE
ECCO
Quanto COSTERÀ' RIMBORSARE il PRESTITO a RATE


Una rata di 53 euro al mese in caso di anticipo di solo un anno rispetto all'età di vecchiaia con una 

pensione netta di 800 euro. È uno degli esempi elaborati sulla flessibilità in uscita allo studio del 

Governo illustrata ieri dopo il confronto tra Esecutivo e sindacati. Ecco gli esempi elaborati dal 

sindacato sulla base di un tasso di interesse fisso al 3% 
e una restituzione in 20 anni con 13 mensilità l'anno:

PRESTITO SU PENSIONE LORDA 900 EURO INTERESSE 3%
Anticipo un anno
mensile annua
Pensione spettante netta 800 euro 10.400
Importo da restituire 10.400 euro
Rata in 20 anni 53,24 euro 692,12
Perc su trattamento lordo 5,9% 5,9%
---------------------------------------------------------
Anticipo due anni
Pensione spettante netta 800 euro 10.400
Importo da restituire 20.800 euro
Rata in 20 anni 106,48 1.384,24
Perc su trattamento lordo 11,8% 11,8%
------------------------------------------------------------
Anticipo tre anni
Pensione spettante netta 800 euro 10.400
Importo da restituire 31.200 euro
Rata in 20 anni 159,71 2.076,23
Perc su trattamento lordo 17,7%
============================================================
PRESTITO SU PENSIONE LORDA 1.200 EURO INTERESSE 3%
Anticipo un anno
mensile annua
Pensione spettante netta 1.000 euro 13.000
Importo da restituire 13.000 euro
Rata in 20 anni 66,55 865,15
Perc su trattamento lordo 5,5% 5,5%
-------------------------------------------------------------
Anticipo due anni
Pensione spettante netta 1.000 euro 13.000
Importo da restituire 26.000 euro
Rata in 20 anni 133,09 1.730,17
Perc su trattamento lordo 11,1% 11,1%
-------------------------------------------------------------
Anticipo tre anni
Pensione spettante netta 1.000 euro 13.000
Importo da restituire 39.000 euro
Rata in 20 anni 199,64 2.595,32
Perc su trattamento lordo 16,6%% 16,6%%
=============================================================
PRESTITO SU PENSIONE LORDA 3.600 EURO INTERESSE 3%
Anticipo un anno
mensile annua
Pensione spettante netta 2.500 euro 32.500 euro
Importo da restituire 32.500
Rata in 20 anni 166,37 2.162,81
Perc su trattamento lordo 4,6% 4,6%
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Anticipo due anni
Pensione spettante netta 2.500 euro 32.500 euro
Importo da restituire 65.000
Rata in 20 anni 332,74 4.325,62
Perc su trattamento lordo 9,2% 9,2%
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Anticipo tre anni
Pensione spettante netta 2.500 euro 32.500 euro
Importo da restituire 97.500
Rata in 20 anni 499,10 6.488,30
Perc su trattamento lordo 13,9 13,9%.

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mercoledì 24 febbraio 2016

Intoccabili i Pensionati d’Oro



Deputati, assessori e giudici: ecco
chi sono i 30 mila pensionati d’oro
La politica li ha tenuti al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Assegni da 200 mila euro all’anno.

Lo stipendio di un Giudice è equiparato a quello di un deputato. Aumenta l'emulomento dell"uno e allora aumenta anche l'altro. Può un Giudice decidere di tagliare il reddito di un deputato ? 
Vorebbe dire tagliarsi il proprio introito.

 Ci sono circa 30 mila pensioni in Italia che rappresentano un mondo a parte, di assoluto privilegio, che la politica ha tenuto al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Sono le pensioni del personale della Camera e del Senato; quelle degli ex deputati e senatori (ipocritamente definite «vitalizi»); le pensioni dei dipendenti della Regione Sicilia; quelle del personale della presidenza della Repubblica; quelle dei dipendenti della Corte Costituzionale e degli ex giudici della stessa; i vitalizi degli ex consiglieri regionali. Di questi assegni, che oscillano in media tra i 40 mila e i 200 mila euro all’anno, si sa poco o nulla, se non appunto che sono d’oro e costruiti su regole di assoluto favore. Eppure da dodici anni c’è una legge che imporrebbe di conoscere tutto di queste pensioni, i cui dati dovrebbero essere trasmessi al Casellario centrale della previdenza. Solo che la legge viene disattesa. E non si trova il modo di farla rispettare, perché gli organi costituzionali invocano l’autodichia, cioè il principio di autonomia regolamentare garantito dalla carta fondamentale, e la Sicilia il suo statuto speciale.

Il rapporto
Un tentativo di censire questo piccolo paradiso delle pensioni è contenuto nel rapporto «ll bilancio del sistema previdenziale italiano» appena diffuso dal centro studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, esperto di pensioni ed ex presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro, istituito dalla legge Dini del 1995. Il Nucleo è poi stato chiuso nel 2012. Ma Brambilla ha continuato a sfornare il rapporto annuale, aiutato dai migliori esperti del settore. E nell’ultima edizione, «per la prima volta», ha inserito un capitolo dedicato a quello che viene definito «l’altro sistema previdenziale», quello appunto che si sottrae a tutte le riforme. «Reperire questi dati è difficile – si sottolinea – poiché mancano le informazioni di questi soggetti che non comunicano i dati, come previsto dalla legge 243 del 23 agosto 2004, al Casellario centrale». Non si sa, in particolare, quanti contributi vengono pagati e quante pensioni e per quali importi sono erogate.

I dati e la mancata trasparenza
Ad oggi, le amministrazioni ed enti che non comunicano i dati sono: Camera e Senato, che hanno proprie regole previdenziali approvate dagli stessi parlamentari sia per i propri dipendenti sia per deputati e senatori; la Regione Sicilia, «che gestisce un fondo di previdenza sostitutivo per i propri dipendenti», quindi fuori dal regime Inps; la Corte costituzionale per i giudici e i propri dipendenti (anche qui vige un regolamento interno); la Presidenza della Repubblica per il proprio personale; le Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale per le cariche elettive. Infine, c’è lo strano caso del Fama («una anomalia tutta italiana»), il Fondo agenti marittimi ed aerei, con sede a Genova, che gestisce la previdenza per gli agenti marittimi: «Non pubblica dati» e «non risulta sottoposto a particolari controlli», dice il Rapporto.

Un mondo a parte
Per ovviare a questa situazione, gli esperti coordinati da Brambilla hanno esaminato i bilanci degli enti e degli organi costituzionali per scattare una prima fotografia di questo mondo a parte. I dati sono contenuti nella tabella che pubblichiamo. Le 29.725 pensioni d’oro censite costano più di un miliardo e mezzo l’anno. Gli assegni medi oscillano tra i circa 40 mila euro lordi dei 16.377 pensionati della Regione Sicilia (3.338 euro al mese) ai 200 mila euro dei 29 ex giudici costituzionali (16.666 al mese), passando per i circa 91 mila euro dei vitalizi di Camera, Senato e Regioni (7.583 al mese), i 55 mila euro dei pensionati ex dipendenti del Parlamento e del Quirinale (4.583 al mese), che stanno un po’ peggio – si fa per dire – di quelli della Consulta, che ricevono in media 68.200 euro (5.683 al mese). Per avere un’idea di quanto siano ricchi questi assegni, basti dire che la pensione media dei dipendenti statali è di 26 mila euro lordi l’anno (2.166 euro al mese), quella dei dipendenti privati di 12.500 euro (1.041 al mese), quella degli avvocati di 27 mila euro (2.250 al mese) e quella dei dirigenti d’azienda di 50 mila (4.166 al mese).

Regole «autonome»
Ma non c’è solo questa sperequazione negli importi. C’è che le pensioni dell’«altra previdenza» hanno seguito sempre proprie regole sull’età di pensionamento, infischiandosene delle riforme generali. Sulla base di anacronistici e malintesi principi di autonomia hanno subito solo qualche timido correttivo ai loro privilegi e comunque con molto ritardo. Prendiamo i parlamentari. Fino al 1997 bastava aver fatto una legislatura (anche se le camere erano state sciolte anticipatamente) per andare in pensione a 60 anni e per ogni ulteriore legislatura il limite per ottenere il vitalizio si abbassava di 5 anni. Solo dal 2012 l’età di pensionamento è stata portata a 65 anni e servono 5 anni effettivi di legislatura. E comunque per ogni anno in più di presenza in Parlamento l’età pensionabile scende di un anno fino al limite dei 60 anni. Giova ricordare che per i comuni mortali, nel regime Inps, servono 66 anni e 7 mesi d’età per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi di lavoro per ottenere la pensione anticipata. Certo, un miliardo e mezzo di euro all’anno di spesa per le pensioni dell’«altra previdenza» sono una goccia rispetto al mare magnum dei 250 miliardi di euro che si spendono ogni anno per tutte le pensioni (pensioni, invalidità, superstiti). Ma una goccia che ancora oggi non accetta di confondersi con le altre.

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