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martedì 29 settembre 2020

Ora i Parlamentari Vogliamo Sceglierli Noi

Ora i Parlamentari Vogliamo Sceglierli Noi

AL PARLAMENTO ed AI PARTITI diciamo:
 Basta con le liste bloccate

Ora i parlamentari vogliamo sceglierli noi



Come promesso, dopo la vittoria del Sì al Referendum sul taglio del numero dei parlamentari, Il Fatto lancia una nuova campagna, aderendo all’appello di 10 autorevoli costituzionalisti del Sì e del No.

Chiediamo alle forze politiche una nuova legge elettorale che cancelli la vergogna delle liste bloccate che dura da 15 anni. Ora serve restituire ai cittadini il diritto-potere di scegliersi i propri rappresentanti. 

    ECCO L’APPELLO DEI 10 COSTITUZIONALISTI CHE FACCIAMO NOSTRO

Lorenza Carlassare, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Roberto Zaccaria, Paolo Caretti, Roberto Romboli, Stefano Merlini, Emanuele Rossi, Giovanni Tarli, Andrea Pertici

Visto il risultato del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, come professori di Diritto costituzionale, riteniamo che sia indispensabile procedere rapidamente 
verso la definizione di una nuova legge elettorale. 

Tra di noi, alcuni hanno votato Sì e altri No, ma ora riteniamo che debba essere comune il nostro impegno per sollecitare una legge che favorisca la rappresentanza ed il pluralismo politico e territoriale, da anni sacrificati.  
Essenziale è un sistema elettorale che consenta alle persone di individuare e scegliere chi mandare in Parlamento, instaurandovi un effettivo rapporto rappresentativo e potendo far valere la loro responsabilità politica. In questo modo si potrà dare una migliore qualità alla rappresentanza e favorire anche una maggiore efficienza delle Camere.
Da troppo tempo le nostre leggi elettorali (“Porcellum”, “Italicum” e “Rosatellum”) hanno imposto sistemi di liste bloccate e la proposta oggi in discussione in Commissione Affari costituzionali della Camera non può rischiare di cadere nello stesso errore, né in quello di privare molti elettori di rappresentanza con soglie troppo elevate. La Corte costituzionale (sentenze n.1 del 2014 e n.35 del 2017) è stata chiara: niente lunghe liste bloccate. Partendo da questo punto, riteniamo essenziale favorire un’effettiva scelta da parte degli elettori, valorizzando i principi costituzionali, superando liste bloccate e candidature multiple.

Con questo appello intendiamo rivolgerci a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché si impegnino nell’approvazione di una legge elettorale che restituisca una maggiore, rappresentanza, invitando coloro che condividano le queste posizioni a unirsi alle nostre richieste.

FIRMA ANCHE TU  



Dopo il taglio del numero dei parlamentari, adesso è necessario dotarci di una legge elettorale che ridia ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
Per questo è essenziale reintrodurre le preferenze. Si tratta di una battaglia storica del Movimento 5 stelle ed è arrivato il momento di vincerla insieme a tutti i cittadini.
Cittadini che in questi giorni ci stanno dando un altro segnale chiaro: una petizione online, che sta già superando le 70000 firme, perché nella prossima legge elettorale i candidati non vengano più imposti dall’alto con liste bloccate, ma siano gli elettori a scegliere liberamente 
chi si occuperà della loro vita, del loro futuro.
È fondamentale che i cittadini ritornino ad esercitare i propri diritti,
 a partire da quello di scegliere i parlamentari e non dell’illusione di averli scelti.



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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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martedì 8 settembre 2020

Taglio dei Parlamentari

Taglio dei Parlamentari




Opinione di Torchia

Gli italiani vorrebbero una classe politica migliore del popolo che rappresenta, composta da individui liberi nei pensieri e nelle azioni, che sia in grado di sintonizzarsi con il sentire popolare. La vera mobilitazione degli italiani dovrà avvenire su questi obiettivi. L'intervento di Franco Torchia, segretario generale dell'Associazione "Repubblicani"
Il 20 settembre, esattamente 150 anni dopo Porta Pia, data simbolo dell’avvenuta unificazione, l’Italia ha l’occasione di riscoprire gli ideali ed i valori del Risorgimento, la libertà individuale e la libertà nazionale, il perseguimento del bene collettivo senza dividersi su un referendum insignificante che, nell’uno e nell’altro caso, produrrebbe altrettanto insignificanti risultati.

Gli italiani sono chiamati a votare su un referendum che non riguarda una riforma complessiva del sistema costituzionale ma ad esprimere un voto su una legge approvata sull’onda del populismo demagogico e come scambio tra due partiti per dare il via libera alla formazione del governo Conte Bis. Come ho sempre fatto in occasione dei referendum voterò con razionalità, senza alcuna pregiudiziale e soprattutto senza alcuna emotività. Spero che il mio ragionamento risulti logico e conseguente alla scelta che andrò a fare.

Della riduzione del numero dei parlamentari si discute in Italia ormai da decenni e si è votato più volte, senza però nessun risultato concreto. La legge che dovremmo confermare o bocciare il 20 settembre è stata approvata a grandissima maggioranza da un Parlamento succube della demagogia anti casta e rivendicata come grande vittoria da un esultante Movimento 5 Stelle, mentre tutti gli altri partiti che l’hanno votata in Parlamento, in questi giorni, sono in grande imbarazzo.

Ma entriamo nel merito partendo dalle motivazioni addotte per approvare o rigettare la legge.

Ai sostenitori del Sì dico che è troppo semplicistico motivare il taglio dei parlamentari per far risparmiare a ciascuno di noi 80 centesimi all’anno, è troppo semplicistico affermare che serve a dare più efficienza al Parlamento e ai processi legislativi o, come fa il Pd, che è un primo passo verso una riforma generale del sistema con la riforma del bicameralismo.

Sicuramente più credibili sembrano le motivazioni dei sostenitori del No. A loro avviso il taglio dei parlamentari mette a rischio la democrazia ma io sono convinto che non è la quantità dei parlamentari che determina il tasso di democraticità di un Paese, semmai la loro qualità e  quella delle leggi che approvano. Ed entrambe le caratteristiche non appartengono più alla legislazione di questo Paese sovraccarico di una normativa incomprensibile anche a tecnici esperti, scritta malissimo, da una classe politica in gran parte con competenza pari a zero.

La tesi più suggestiva, che mi piace approfondire, è quella che riguarda la limitazione della rappresentanza popolare.

È un argomento molto delicato soprattutto per uno come me che ha trascorso la sua vita in uno dei cosiddetti partiti minori che rappresentavano il fiore all’occhiello del Parlamento nato con la Costituzione e che hanno scelto di suicidarsi sostenendo in una isteria collettiva i referendum di Segni, il primo del 1991 che ha abolito la preferenza multipla, il secondo del 1993 che ha abrogato la legge elettorale del Senato. Addirittura i radicali spingevano per un sistema uninominale all’inglese.

Il combinato disposto di quei referendum e della vicenda “Mani pulite” ha spazzato via dalla scena politica italiana tutti i partiti della cosiddetta prima Repubblica. Quindi non si capisce perché quegli stessi esponenti oggi gridino alla mutilazione della rappresentanza democratica, quando anche negli anni successivi hanno continuato ad opporsi al ritorno al sistema proporzionale dando vita nel 2010 al cosiddetto “Manifesto per l’uninominale”. Quindi chi è “causa del suo mal pianga sé stesso”.

Prima di allora era tutto diverso. Mi ricordo ancora il fascino delle campagne elettorali a fianco del candidato, alla ricerca del voto, setacciando palmo a palmo il territorio ed entrando nelle case di tutti gli elettori. Era sempre una grande emozione soprattutto quando arrivava il risultato elettorale positivo. Ma si veniva da lontano, da una selezione a volte molto dura fatta dopo un lungo percorso di formazione nelle sezioni di partito che erano  vere e proprie fucine di preparazione e spesso anche dopo varie esperienze amministrative.

La gran parte dei parlamentari venivano eletti nei territori ove vivevano o svolgevano prevalentemente la propria attività e quindi l’elettore con il voto di preferenza  poteva scegliere un candidato piuttosto che un altro. Il rapporto aperto in campagna elettorale durava per tutta la legislatura ed i parlamentari attivavano propri uffici nei collegi di elezione per rimanere in continuo contatto con  i propri elettori. Tale sistema consentiva a tutti i partiti di essere rappresentati ed il Parlamento era la fotografia perfetta della volontà dei cittadini.

Dopo il referendum del 1993, il Parlamento ha approvato la legge elettorale cosiddetta “ Mattarellum” che, pur mantenendo un 25% di quota proporzionale con liste bloccate, introduceva il sistema elettorale maggioritario che ha decimato la rappresentanza parlamentare tanto che addirittura nel 2001 né la Lega Nord né la lista Di Pietro con quasi un milione e mezzo di voti ciascuno sono riusciti ad eleggere alcun deputato. Ed anche se apparentemente  si riusciva con i collegi uninominali a garantire un minimo di conoscenza tra eletti ed elettori, tendenzialmente più che i candidati si votavano i simboli dei partiti.

Il sistema uninominale ha inciso profondamente nelle modalità di formazione delle liste elettorali e di conseguenza del Parlamento e ha favorito la nascita dei partiti personali che, addirittura, sotto il simbolo riportavano il nome del leader. Berlusconi  è riuscito in pochi mesi a costruire il suo partito e vincere una campagna elettorale che più che nei territori si è svolta in televisione. Sull’onda berlusconiana, e grazie al nuovo sistema, in Parlamento sono stati eletti personaggi sconosciuti senza nessuna esperienza politica alle spalle, ma soprattutto senza nessuna base elettorale di riferimento, scelti praticamente tutti dal centro.

Da quel momento gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare un candidato scelto da loro o comunque integrato nel territorio, come invece continua ad essere per la elezione dei consiglieri regionali. Venendo meno quel raccordo essenziale tra eletti ed elettori è aumentata la disaffezione nei confronti della politica. Neanche quando, abrogata la legge Mattarella, nel 2005 si è passati ad un sistema proporzionale corretto  che confermava però le liste bloccate. Questa caratteristica, che impedisce all’elettore di scegliere il proprio candidato, è stata conservata nelle successive leggi elettorali ed è tuttora vigente anche se la Corte costituzionale l’ha tacciata di violazione dei diritti individuali degli elettori.

Taglio dei Parlamentari

Taglio dei Parlamentari



Il cittadino elettore è stato completamente esautorato dei suoi diritti e da 25 anni ormai non sa più chi sono e quanti sono i parlamentari eletti nel suo territorio. Non li conosce perché quando va a votare, mette il segno su un simbolo e non sul nome di un candidato. E quando anche volesse leggere le liste si ritroverebbe dei perfetti sconosciuti la cui elezione viene garantita dai vertici del loro partito con le capolisture, in una sorta di vera e propria cooptazione.

E allora di quale rappresentanza stiamo blaterando?

Quel principio fondativo della Repubblica è stato violentemente leso al punto da chiedere se non sia invece il caso di modificare l’articolo 1 della Costituzione  che vuole che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Con il suffragio universale gli individui da sudditi si sono emancipati a cittadini, ma una metà degli italiani ha rigettato questa evoluzione democratica non partecipando al voto, mentre gran parte dell’altra metà da anni non riesce a votare una proposta politica decente che rappresenti le libertà individuali, i sogni dei giovani, le aspirazioni dei disoccupati, gli interessi collettivi, ma una politica urlata da clown eretti a statisti e teleguidati da internauti. Quindi per l’elettore non fanno alcuna differenza né i numeri dei parlamentari, né le soglie di accesso.

E la sola preoccupazione dei partiti, interamente al servizio di interessi politici e finanziari di pochi individui, è quella di nominare decine di persone, spesso senza arte né parte, reclutate in modo molto discutibile, private dei loro sentimenti, della capacità di libero arbitrio, che verranno accatastate come truppe in attesa di ordini dei loro generali in una istituzione che fa solo da comparsa, ormai esautorata nelle proprie funzioni e competenze da un’altra istituzione, il governo, che negli ultimi anni è stato guidato e composto da persone che a quel tipo di reclutamento non hanno nemmeno partecipato.

La crisi della credibilità delle istituzioni rende pertanto inutile un quesito referendario che riduce un organismo che nella sostanza non rappresenta più nessuno. Cerchiamo quindi di non confondere il sacro con il profano, la democrazia rappresentativa con l’insipienza politica di comitati politici di affari a cui si è demandato l’esercizio del potere che ha fatto venir meno la concreta attuazione del diritto positivo di cui gode ogni cittadino.

Gli italiani vorrebbero una classe politica migliore del popolo che rappresenta, composta da individui liberi nei pensieri e nelle azioni, che sia in grado di sintonizzarsi con il sentire popolare. Vorrebbero che ogni loro sforzo, ogni idea, ogni desiderio non siano vanificati  dalla corruzione e dagli sperperi, dall’ignoranza e dalla bolgia generale creata ad arte per fare confusione perché “il caos è nella nostra natura”. Vorrebbero che la politica riscopra i valori della moralità, del servizio ai cittadini, del rispetto delle regole, della tutela dei più deboli.

La vera mobilitazione degli italiani dovrà avvenire su questi obiettivi per  promuovere la rigenerazione della Repubblica soprattutto attraverso l’affermazione della primazìa dei doveri nei confronti della nazione sui propri diritti e quindi alla ricostruzione delle regole repubblicane.




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lunedì 31 agosto 2020

Assenteisti e Fannulloni Parlamentari a Tempo Perso

Assenteisti e Fannulloni Parlamentari  a Tempo Perso



Meno sono, più lavorano. 
C’è chi è mancato al 99% delle votazioni 
E l’attività legislativa si concentra su poco più 
del 10% degli eletti

Quattordici lo frequentano da più di vent’anni. Pier Ferdinando Casini, il recordman in materia, ci ha messo piede per la prima volta il 12 luglio 1983. Altri ancora sono eletti, ma a votare in Aula vanno una volta su cento (e non per modo di dire). Tra le 945 storie che il Parlamento offre a ogni legislatura, anche questa volta non ne mancano di curiose, soprattutto perché l’alto numero di deputati e senatori difficilmente consente un controllo quotidiano sulla loro attività. Motivo per cui un taglio degli eletti, più che la deriva autoritaria paventata dal fronte del No al referendum potrebbe invece essere occasione per un utile snellimento. Basta guardare alcuni dati per scoprire come gran parte degli eletti passi il tempo altrove più che in Parlamento, come hanno notato anche Tito Boeri e Roberto Perotti su Repubblica: “Nella passata legislatura il 40% dei deputati e il 30% dei senatori ha disertato più di un terzo delle votazioni; l’attività legislativa si è concentrata su poco più del 10% dei parlamentari che hanno sommato tra loro più di un incarico, mentre due terzi non hanno ricoperto alcun ruolo”.

Chi l’ha visti? In fuga dalle Camere

I dati diffusi da OpenParlamento sulle presenze in Aula di deputati e senatori sono allarmanti. Le percentuali sono calcolate non sulle sedute, ma sul totale delle votazioni svolte da inizio legislatura. Alla Camera il primato tra gli assenteisti spetta a Michela Vittoria Brambilla (Forza Italia), che dal 2018 ha partecipato soltanto a 78 votazioni su 6.304. Risultato: il tasso di assenze è del 98,76%. Ci si avvicina Antonio Angelucci, dominus della sanità privata laziale che supera il 94%di assenze a Montecitorio. Più distante Vittorio Sgarbi, tornato in Parlamento dopo 12 anni ma senza far troppo l’abitudine all’Aula: OpenParlamento riporta un 79,52% di assenze alle votazioni. A Palazzo Madama le cose non vanno meglio. Senatori a vita a parte, la percentuale di assenze più alta ce l’ha Tommaso Cerno, eletto col Pd e di recente passato al Misto, mancato all’84,31% dei voti. Segue il forzista Niccolò Ghedini, il fedelissimo avvocato di Silvio Berlusconi assente nel 69% delle sedute analizzate.


Altro da fare Più poltrone per tutti

D’altra parte, lo si è accennato, il tempo per fare il parlamentare è un lusso che non tutti hanno a disposizione. È ancora OpenPolis ad aver realizzato un’indagine sugli incarichi privati di ogni eletto, scoprendo che la maggior parte dei deputati e dei senatori, al momento dell’elezione, aveva un ruolo nel board di almeno un’azienda. Anche qui si arriva a casi estremi, come quello di Guido Della Frera, deputato di FI alla prima legislatura: al marzo 2018, quando è diventato parlamentare, Della Frera aveva 21 incarichi in aziende, oltre a partecipazioni in 8 imprese. Su tutte c’è il Gdf Group, holding attiva nell’immobiliare e nel settore alberghiero.

Notevoli anche i 16 incarichi censiti per Daniela Santanché, senatrice berlusconiana socia e presidente di Visibilia Editore, oltreché di imprese dell’edilizia e di prodotti bio. Poco sotto, nella classifica dei più attivi nelle imprese, c’è un altro forzista, il deputato Maurizio Carrara, con interessi nel manufatturiero e nell’immobiliare che al momento dell’elezione risultava consigliere di ben 14 società.


Trai più attivi negli altri partiti ci sono poi i leghisti Massimo Bitonci e Giulio Centemero (11 incarichi a testa), il 5 Stelle Michele Gubitosa (otto incarichi) e alcuni giallorosa dagli interessi ingombranti, come Andrea Marcucci (sette incarichi, tra cui quello del colosso farmaceutico Kedrion) e Matteo Colaninno (Italia Viva), presente in sette imprese e soprattutto nel gioiello di famiglia Immsi (nautica, meccanica e alberghi).

Tasso zero Leggi, mozioni e altre fatiche

Per capire quanto un parlamentare lavori i numeri non bastano. Possono però aiutare a farsene un’idea. Durante la scorsa legislatura OpenParlamento aveva elaborato un “indice di produttività” calcolato sulla base delle proposte di legge presentate, delle presenze, degli interventi e così via. Un metodo non scientifico – e la fondazione sta lavorando per migliorarlo, tanto che i dati su questa legislatura non sono disponibili – ma utile a far emergere storture.


Spulciando tra i dati aggiornati al 2018, si scopre che molti dei parlamentari con indice più basso sono stati rieletti. È il caso di Gianfranco Rotondi: chiuse la scorsa legislatura al 619 esimo posto tra i deputati più produttivi, con un indice di 29,33 ben lontano dalla primatista alla Camera, la dem Donatella Ferranti (1.752), ma anche dalla media degli eletti, che si assestava a 213.

Peggio avevano fatto il deputato leghista Carmelo Lo Monte (620esimo), con un indice di 26,8 nonostante il suo partito fosse il più attivo (media oltre i 400), e il forzista Alfredo Messina al Senato (305esimo; 26,63). Nulla però in confronto a Antonio Angelucci e Niccolò Ghedini, uno a Montecitorio e l’altro a Palazzo Madama: il primo, 623esimo per produttività, fermo a 0,78; il secondo, 311esimo su 315, a 0,94. A ogni modo non si tratta di casi isolati, se si pensa che il 90% dei gruppi alla Camera e l’83,33% di quelli al Senato ha la maggior parte dei membri che produce meno della media. A dimostrazione che in molti sono già esclusi, di fatto, dall’attività del Parlamento.




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FONTANA E GALLERA SONO 2 INCOMPETENTI

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